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Pane al pane

Qual­che giorno fa sul cor­riere è uscito un arti­colo stra­va­gante. In pra­tica, Rita Querzé scrive che a Milano ogni giorno ven­gono but­tati via 180 quin­tali di pane.

Ovvia­mente, qual­che con­si­de­ra­zione non ce la toglie nessuno.

In primo luogo, fac­ciamo una bella divi­sione. Allora, il nostro ado­ra­bile wol­fra­mal­pha ci spiega che a Milano ci sono un milione e tre­cen­to­mila abi­tanti. Cen­toot­tanta quin­tali sono, in chili, diciot­to­mila. 18’000 diviso 1’300’000 fa la bel­lezza di 13 grammi di pane per per­sona but­tati ogni giorno.

Ma ci sono altre due que­stioni: la prima, que­sto pane non pos­siamo darlo a qual­cuno? Farci qual­cosa? Beh, pare di no. Per un motivo sem­pli­cis­simo: costa troppo andar­selo a pren­dere per, per esem­pio, farne man­gimi ani­mali. Quindi ci sta che venga but­tato via.

Come al solito, nel demo­cra­tico sistema capi­ta­li­stico, se pen­sate che sia assurdo che tutto que­sto pane venga get­tato, potete pas­sarlo a riti­rare voi, o com­prarlo addi­rit­tura, e farne quel che più vi piace. Se pen­sate che baste­rebbe che i panet­tieri ne pro­du­ces­sero meno, ripro­va­teci: i panet­tieri non hanno alcun incen­tivo a pro­durre più pane del dovuto, per il sem­plice fatto che sanno che lo but­te­ranno via. E quindi spen­de­reb­bero ric­chezza (lavoro e farina) in cam­bio di nulla. L’ovvia con­clu­sione (ma non così ovvia evi­den­te­mente per alcuni let­tori del cor­riere) è che la quan­tità di pane che avanza è la minima possibile.

La seconda con­si­de­ra­zione. I super­mer­cati. La grande distri­bu­zione, in que­sto caso, può cer­ta­mente otti­miz­zare la pro­du­zione, e mi aspetto che abbia in media meno disa­vanzo di pane. Che la qua­lità non sia la stessa del panet­tiere arti­gia­nale è (quasi sem­pre, in certi super­mer­cati il for­naio interno è paro paro a un panet­tiere bot­te­gaio) scon­tato. Ma la quan­tità di «spreco» è infe­riore in proporzione.

Non solo: la Querzé ci rende edotti di un fatto: la «Pane quo­ti­diano»  nel 2009 ha distri­buito due ton­nel­late di pane. Preso dove? Dalla Panem, pro­dut­tori indu­striali di pane, che con una quan­tità di pane pro­por­zio­nal­mente pic­cola ha fatto del bene a sei­cen­to­ses­san­ta­mila per­sone in un anno. Per inte­resse? E’ molto pro­ba­bile, ma que­sto non vuol dire che il bene che ha fatto sia da smi­nuire. E nono­stante tutto è più van­tag­gioso che il pane di pani­fi­cio sia but­tato e il pane di panem vada ai poveri. Van­tag­gioso per chi? Per tutti quanti. Per le asso­cia­zioni come la pane quo­ti­diano, che rispar­mia i soldi del fur­gone, per la panem che si fa pub­bli­cità a costo zero, per i poveri che hanno il pane, per i panet­tieri che pos­sono but­tare gli avanzi senza rimpianti.

Per­ché non dovrebbe andare bene?

 

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