Cum Grano Salis: il blog di paolino — economia, politica e tutto il resto…

Una risposta alla strega…

alors, prima di tutto dovreste leggere questo post. Poi veniamo a noi.

Io non ho tanto capito i dettagli dell'operazione di Chavez. Io di Chavez in realtà so solo che è antiamericano e che ha provato a fare un colpo di stato negli anni novanta e non gli è riuscito benissimo, visto che erano in undici, tipo, a cercare di fare un colpo di stato. Non è su Chavez lui di persona, perciò, questo post. E' di teoria. Ho letto questo e un tot di articoli simili in rete, che dicono tutti più o meno le stesse cose, probabilmente tratte non troppo liberamente da qualche comunicato stampa.

Ci sono comunque un po' di cose che mi perplimono.  Allora.

Facciamo finta di essere capi di stato. In Caroplania per esempio, come in molti stati, succede che ci siano persone che vendono e persone che comprano. Per esempio, il signor Antonio venderà scarpe. Queste scarpe, il signor Antonio le avrà a sua volta comprate da un produttore di scarpe (o le avrà prodotte da sé stesso, che è la stessa cosa) pagandole un tot, diciamo mille lire al paio. Ora, il signor Antonio fa due conti e scopre che per starci dentro almeno almeno, considerati l'affitto, le bollette e la sua cena, dovrà vendere le scarpe a diciamo millecinquecento lire al paio. Altrimenti ci rimette. Siccome il signor Antonio non è mica scemo, se le scarpe non si vendono ad almeno millecinquecento lire al paio, chiglielofaffare e va a lavorare in fabbrica. Certo che il signor Antonio se potesse vendere le sue scarpe a di più non gli farebbe schifo. Arriva Barbara, che vorrebbe proprio un bel paio di scarpe. Va dal signor Antonio e gli chiede, quando vuole per questo bel paio di scarpe? E Antonio, che non è mica scemo, le schiocca un bel diecimila lire. La signora Barbara pensa, minchiazza che care queste scarpe... D'altronde ho proprio bisogno delle scarpe, ecco, pagherò per mancanza d'alternative.

Questa cosa si chiama monopolio.

Ora però, il signor Carlo vicino di casa del signor Antonio, vede quanti bei soldoni si fanno a vendere scarpe a diecimila il paio. E così decide di aprire anche lui un negozio di scarpe. La signora Barbara arriva, adesso, e può scegliere in che negozio di scarpe andare. Questi negozi di scarpe, sia chiaro, vendono le stesse scarpe. Il signor Carlo, però, che non è mica scemo neanche lui, pensa questa cosa: dice, certo che potrei cercare di convincere la signora Barbara a venire nel mio negozio! Mi basterebbe mettere le mie scarpe a novemilacinquecento lire al paio invece che diecimila, e ci guadagnerei un casino! Ci guadagnerei un casino perché la signora Barbara verrebbe sicuramente da me che costo meno. E infatti così accade.

Questa cosa si chiama concorrenza.

A questo punto il signor Antonio, che non è mica scemo, vede cosa combina il signor Carlo e pensa, beh, posso fregargli tutti i clienti vendendo le scarpe a novemila lire, ci faccio un guadagno migliore rispetto a non vendere niente, comunque. E il signor Carlo, che non è mica scemo neanche lui, le vende a ottomilacinquecento. E avanti così.

Questa cosa si chiama libero mercato.

A un certo punto, il prezzo delle scarpe sarà di duemila lire. Il signor Carlo pensa, come al solito, posso venderle a millecinquecento. E' poco, ma sarà meglio di niente. E il signor Antonio che deve fare? Piuttosto che venderle a mille chiude bottega, quindi anche lui le vende a millecinquecento lire.

Questa cosa si chiama prezzo di mercato.

Il prezzo di mercato è quel prezzo dove tutti sono contenti: è il prezzo a cui la signora Barbara compra senza metterlo nel culo a nessuno, e il prezzo a cui Carlo e Antonio riescono a pagare le bollette e la cena e l'affitto, oltre che le scarpe. Evviva evviva.

Una sera però il signor Antonio incontra il signor Carlo. Si guardano, ammiccano, si sorridono. Poi, il signor Carlo invita a prendere un caffé il signor Antonio. Il giorno dopo, nelle vetrine dei due negozi compaiono i nuovi prezzi: diecimila lire, da tutte e due le parti. Cos'è successo? E' successo che davanti a quel caffè, il signor Carlo e il signor Antonio, che non sono mica scemi, si sono fatti i conti: si sono detti, così com'è adesso non ci conviene a nessuno dei due.  Guadagnamo cinquecento lire per ogni paio di scarpe venduto, e questo solo perché ci facciamo quella stupida concorrenza. Facciamo invece un patto di sangue di non farci più concorrenza. La signora Barbara già comprava le scarpe a diecimila lire, quindi se non avrà alternative continuerà a comprarle. Vendiamo a diecimila e tanti saluti alla concorrenza.

Questa cosa si chiama cartello.

Ora, in un mondo libero quello che succede è che la signora Daniela vede l'andazzo, e siccome anche lei non è mica scema, e apre un negozio di scarpe. E vende le scarpe a novemilacinquecento lire, e la storia si ripete. In pratica, il riassunto è che in un mercato libero, dove chiunque può partecipare al gioco, aprire un negozio e vendere al prezzo che vuole, il prezzo delle cose è sempre quello di mercato. Se per caso la cosa non fosse così in un certo momento, ci sarà sempre qualcuno che arriverà a vendere a prezzi più vicini a quelli di mercato.

Ma ricordiamoci nel frattempo che siamo i presidenti della Caroplania. E decidiamo che bisogna statalizzare i commerci. Attenzione: non stiamo parlando di salute, di giustizia, di educazione, di infrastrutture. Parliamo di fast food, di abbigliamento e di automobili. Facciamo dei bei negozi. E diciamo: ah, è per andare contro i privati venditori! Contro il signor Carlo e il signor Antonio e la signora Daniela, praticamente. E lo facciamo perché le macchine costano troppo.

Io ora vorrei fare delle ipotesi, e me ne vengono in mente almeno due così al volo. Se per caso qualcuno avesse più informazioni di quelle che io, me le dice por favor?

Allora, la prima ipotesi è che ci mettiamo, come stato, sul mercato. Praticamente, facciamo i conti e scopriamo che anche a noi come stato conviene vendere scarpe a millecinquecento lire. Se per caso il signor Antonio e il signor Carlo e la signora Daniela hanno fatto un cartello, noi come Stato ci facciamo garanti del fatto che non ci facciamo intortare, e così garantiamo il prezzo di mercato ai cittadini. Questa può essere cosa buona e giusta, all'uso, ma di certo è tutt'altro che anticapitalista, anzi: abbiamo visto che stare ai prezzi di mercato è il mestiere del libero mercato. Quindi noi, come capi di stato, praticamente abbiamo fatto l'equivalente delle leggi anti-monopolio.

Poi c'è una seconda possibilità: che lo stato decida che i fast food, l'abbigliamento, o nel nostro caso le scarpe, siano un bene del quale il popolo deve usufruire a prezzo minore di quello di mercato. Il che supponiamo che sia vero, anche se potrei avere dei dubbi. Ricordatevi che non stiamo parlando di giustizia, sanità, istruzione, infrastrutture e quelle robe lì. Ma comunque, diciamo che sia vero.

Allora, intanto, bisognerebbe capire per cominciare con che soldi si comprano le scarpe per iniziare, qual'è il capitale di impresa, per così dire. E' facile: siamo uno stato, le scarpe le compriamo con le tasse dei cittadini, immagino. Perfetto, le tasse sono lì apposta. Diciamo che prendiamo un milione di lire pubbliche e lo investiamo in mille paia di scarpe. Che vendiamo, sottocosto, a milleduecento lire il paio. Diciamo che la popolazione del nostro paese sia di un milione di persone. Ora, mille paia di scarpe sottocosto faranno contente mille persone. A queste mille persone, un paio di scarpe costa, fate bene attenzione, milleduecentoeuna lira: milleduecento in contanti e una di tasse. Al resto della popolazione invece le scarpe dei mille fortunati costano una lira a testa, senza ricevere in cambio un bel niente.

Bella forza, direte voi: ci vogliono scarpe per tutti. Perfetto. Sia. Allora compriamo un milione di paia di scarpe. A mille lire il paio. Prendiamo un miliardo di lirette pubbliche e compriamo le scarpe. Che vendiamo a milleduecento lire il paio. Ora ogni persona ha le scarpe. Un paradiso socialista. Quanto hanno pagato per le scarpe?  Dunque vediamo. Duemiladuecento lire: mille di tasse e milleduecento in contanti. Aspetta un attimo, vi sento dire: ma non funziona così! Possiamo darle a cinquecento lire il paio! Ben al di sotto del prezzo di mercato! Fatto sta che ovviamente il prezzo pagato è quello di mercato: mille di tasse, cinquecento in contanti. E se le scarpe le dessimo gratis? Certo, a prezzo di costo, avrete ormai imparato a calcolare. I mille di tasse. Bella storia, solo che da qualche parte il burocrate addetto alla vendita delle scarpe, e i camion per trasportare un milione di paia di scarpe, eccetera, bisogna pagarli. Ed ecco che si scopre che siccome noi non siamo mica scemi, ma non lo erano neanche Antonio né Carlo né Daniela, il prezzo che dobbiamo pagare è sempre quello, di mercato.

Allora va bene, dite voi. Vendiamole a cinquecento lire. Oppure, che è lo stesso, diamole gratis ma prendiamoci un miliardo e mezzo di tasse per le scarpe. Notate che sto togliendo utili soldini pubblici che potrei usare per cose importanti come gli ospedali o i tribunali o le biblioteche o le scuole e li sto mettendo in scarpe. O fast food, o macchine o vestiti cinesi, insomma. Però per lo meno evitiamo la possibilità di fare cartelli e altre brutte cose come le speculazioni. Solo che ci perdiamo in cambio una cosa fondamentale, che è la scelta.

Supponiamo che io non voglia scarpe: ho già un ottimo paio di scarpe dell'anno scorso e francamente non cammino abbastanza da averle consumate. Mi chiedo quale possa essere il motivo per cui io debba essere obbligato ad avere i miei soldi spesi in scarpe invece che, chessò, barattoli di zucchero o fazzoletti di seta. E tralaltro, in cambio di nessun risparmio reale.

E dunque, per rispondere, e per quello che riesco a capire dall'articolo linkato in cima, mi sembra tanto un'operazione di propaganda e nulla più. Con buona pace dei venezuelani.



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  • Ciao, credo che in linea di prin­ci­pio tu abbia ragione, sia una mossa di tri­ste pro­pa­ganda. Dico tri­ste per­chè, nono­stante io abbia cre­duto che ini­zial­mente un pre­si­dente con una linea poli­tica diversa da quella adot­tata dai pre­si­denti in quel paese nei pre­ce­denti vent’anni avesse potuto smuo­vere la coscienza sociale e poli­tica di quel popolo, quel popolo non ha però ricor­dato che è bene cac­ciarlo dopo un po’.
    Non è di Cha­vez tut­ta­via che voglio par­lare.
    Volevo solo farti notare un qual­cosa di curioso nell’ultima parte, cioè quando ti chiedi cosa fare se tu pre­fe­rissi barat­toli di zuc­chero o faz­zo­letti al posto di scarpe. In linea di prin­ci­pio nel «para­diso socia­li­sta» ven­gono scelte le prio­rità che ser­vono al popolo. Ora, che poi que­ste deci­sioni siano sagge o meno, è una cosa su cui si potrebbe discu­tere. Tipi­ca­mente le prio­rità sono edu­ca­zione o sanità, anche se in paesi come in Ita­lia per esem­pio, c’è chi sostiene che non sia giu­sto, che l’educaione di mio figlio gliela voglio com­prare io dove voglio e non vedo per­chè dovrei pagare le tasse per un ser­vi­zio di cui non usu­frui­sco. Noti l’analogia?
    Lungi da dire che l’istitusione di un «grande magaz­zino socia­li­sta» sia una buoan idea e non sia solo una mossa di disgu­stosa pro­pa­ganda in Vene­zuela adesso, il dire che l’istituire una cosa del genere sia di per se nega­tiva. Ricorda che noi spesso veniamo da uno sfondo medio-borghese, in cui — per ripren­dere la tua ana­lo­gia — il com­prare un paio di scarpe non è un pro­blema, men­tre in Vene­zuela può essere un quasi lusso per molte per­sone.
    Per con­clu­dere: la distri­bu­zione della ric­chezza (quello che ideal­mente vor­reb­bero fare i governi di ispi­ra­zione socia­li­sta) non porta nes­sun rispar­mio a chi può già per­met­tere un tale sevi­zio o bene, men­tre può por­tare un incre­di­bile van­tag­gio a chi ha dif­fi­coltà a ottenerlo.

  • C’è solo un pic­colo pro­blema: il «prezzo di costo» non è un dato oggettivo.

    (l’economia è un tan­ti­nello più com­pli­cata, cao­tica, non può essere ridotta a que­ste due righe, e a me per­so­nal­mente lascia sem­pre il dub­bio che die­tro le com­pli­ca­zioni miri sem­pli­ce­mente a nascon­dere il trucco, come in un gioco di pre­sti­gio; a par­tire dal pre­sup­po­sto di cre­scita infi­nita che con­fligge un tan­ti­nello con il secondo prin­ci­pio della termodinamca).

    Dun­que que­sto pre­messo, come minimo lo stato potrebbe avere un «prezzo di costo» infe­riore a quello dei pri­vati, si chiama «eco­no­mia di scala».
    E que­sto fa mise­ra­mente crol­lare tutto il ragionamento.

    Poi potre­sti ribat­tere che allora potremmo par­lare di un pri­vato tanto grande da essere com­pe­ti­tivo con lo stato… allora poi potremmo par­lare di mul­ti­na­zio­nali… e allora poi potremmo par­lare di ven­dere sot­to­co­sto solo quel tempo neces­sa­rio a far fal­lire l’altro e poi rista­bi­lire il mono­po­lio… e chie­derci se il «libero» mer­cato, ancor­ché «rego­lato» (che se invece è lasciato sel­vag­gio si sa che non fun­ziona «libe­ra­mente») potrebbe poi fun­zio­nare così «idealmente».

    In sin­tesi: meno fan­fa­ro­nate masche­rate da «ragione».

  • @dirac3000: Ciao! E scusa il ritardo della rispo­sta, male­dette vacanze di natale. Dun­que, tu dici: nel para­diso socia­li­sta ven­gono scelte le prio­rità che ser­vono al popolo. Da chi? Quello che suc­cede è che qual­cuno, un buro­crate o un lider o qual­cuno, comun­que. Trovo di enorme arro­ganza che qual­cuno possa pen­sare di cono­scere tutte le prio­rità del popolo, tutto quello che ci vuole e in che quan­tità. Così, giu­sta­mente fai notare che la sag­gezza di que­ste prio­rità è discu­ti­bile. Ora, par­lando di para­disi, nel para­diso capi­ta­li­sta le prio­rità si auto­re­go­lano. Non solo molto più comodo, anche più giu­sto IMHO.
    Diverso è il discorso con edu­ca­zione o sanità: il fatto è che è scon­ve­niente per lo stato (ricorda che lo stato è il popolo tutto) non avere una sanità o una istru­zione pari­ta­rie (almeno l’istruzione pri­ma­ria e la sanità essen­ziale). Ovvia­mente a mag­gior ragione con­viene allo stato, a tutti i suoi cit­ta­dini in media, avere una giu­sti­zia nazio­nale e non pri­va­tiz­zata. Se vuoi, que­sto discorso lo appro­fon­diamo..
    Gra­zie ancora del commento!

  • Arma­nac, sono d’accordo: meno fan­fa­ro­nate masche­rate da «ragione»: cosa dia­volo c’entra il secondo prin­ci­pio della ter­mo­di­na­mica con la cre­scita eco­no­mica?
    Poi vor­rei farti notare: il fatto che lo stato possa avere prezzo di costo infe­riore a quello dei pri­vati va benis­simo. Lo stato si mette sul mer­cato, a prezzi di favore. Que­sta cosa è per­fet­ta­mente alli­neata all’idea di libero mer­cato, non trovi? Il pro­blema, se di pro­blema vogliam par­lare, nasce nell’istante in cui lo stato appro­fitta della sua posi­zione domi­nante per fare sia lo stato che il con­cor­rente: ad esem­pio, vie­tando ad altri di met­tersi sul mer­cato, o impo­nendo prezzi, o usando le tasse che ha preso da tutto il popolo per finan­ziare la spe­cu­la­zione mono­po­li­stica. E tutte que­ste cose son cose, sto­ri­ca­mente, da governi socia­li­sti. Ma.
    Sup­po­niamo che lo stato si metta nel com­mer­cio delle scarpe. Com­pra scarpe cinesi, a prezzo di favore, e le vende a prezzo di favore. Per dire, a due­cento lire il paio. Il nostro signor anto­nio non può per­met­ter­selo? Vorrà dire che fal­lirà, e ideal­mente andrà a fare dell’altro, più remu­ne­ra­tivo. Oppure magari prova a ven­dere scarpe ita­liane, a die­ci­mila lire il paio. Se c’è abba­stanza domanda di scarpe ita­liane, vorrà dire che il signor anto­nio farà affari. Altri­menti no. Ma le scarpe cinesi, quelle le riu­scirà a ven­dere solo lo stato. Cosa vuol dire? Vuol dire che il prezzo di mer­cato delle scarpe è sceso in virtù della con­cor­renza che lo stato fa al signor anto­nio. Che c’è di male? Non saprei, a me sem­bra nulla (in un modello sem­pli­fi­cato ed ideale, ci sono nella realtà tutta una serie di rami­fi­ca­zioni –dal costo aggiun­tivo per lo stato del fal­li­mento di anto­nio all’aumento della pro­ba­bi­lità che anto­nio cer­chi di andar­sene in un posto dove può darsi al mer­cato delle scarpe, ad altri fat­tori, che non mi sem­bra il caso di discu­tere per com­mento, ma che se vuoi discu­tiamo insieme).
    Ancora solo una cosa sulla con­clu­sione: che cosa non va nelle mul­ti­na­zio­nali, in asso­luto? E soprat­tutto: sup­po­niamo che tu venda scarpe. Che io venda scarpe. Tu vendi a 1000, io vendo a 250. Una allo­dola, uno cavallo. Tu fal­li­sci. Io divento mono­po­li­sta. Rialzo il prezzo a 10000 lire. Che cosa impe­di­sce a te o a chiun­que altro di rien­trare sul mer­cato a mille? Boh, mi sem­brano più ragio­na­menti pro­pa­gan­di­stici, con­fusi. Fan­fa­ro­nate, masche­rate pro­prio da «ragione», le tue. Ma forse sono io che non ci arrivo. Mi spie­ghi meglio?

  • Certo, nes­sun pro­blema se non il tempo.
    Una volta che io sono fal­lito, quello che mi impe­di­sce di rien­trare a fare con­cor­renza è che mi ser­vi­rebbe un bud­get ini­ziale, per il quale potrebbe acca­dere che nes­suno sia dispo­sto ad inve­stire su di me con un pre­stito, e que­sto è ciò che accade nella realtà quando si abban­do­nano le fan­fa­ro­nate spa­rate appunto sola­mente sulla carta (= la con­cor­renza non è mai leale).

    Il nesso tra secondo prin­ci­pio della ter­mo­di­na­mica e l’economia è evi­dente. L’economia pre­sup­pone cre­scita con­ti­nua. Il secondo prin­ci­pio, ma baste­rebbe il buon senso, sta­bi­li­sce che con risorse finite non si può avere cre­scita infi­nita. E di con­se­guenza le allo­dole e i cavalli non pos­sono essere mai reali ma sola­mente vir­tuali, fuffa, fan­fa­ro­nate. Tutto chiaro?

  • Arma­nac,
    mi chiedo che solu­zione pro­por­re­sti tu. Una solu­zione meno ingiu­sta. Se tu fal­li­sci e mi vieni a chie­dere un pre­stito, io il pre­stito te lo con­ce­derò se avrò abba­stanza incen­tivi per farlo. Chessò, per­ché mi stai sim­pa­tico. O più pro­sai­ca­mente per­ché conto di gua­da­gnarci dalla cosa. Dove sba­glio, a volerci gua­da­gnare? E quindi, se non penso che ci gua­da­gnerò in qual­che modo, per­ché dovrei farti della bene­fi­cenza? Se penso che fal­li­rai, non inve­stirò su di te. Potrà non pia­certi, ma a me sem­bra un modo sano di gestire la cosa. Però, ei, se tu non potrai entrare in con­cor­renza per­ché non trovi un finan­zia­tore, qualcun’altro lo farà, ideal­mente. Pensa, se non ci fosse la lobby delle ban­che e fos­simo vera­mente in regime di libero mer­cato, potrei farlo per­sino io. Pec­cato però che invece mi sia proi­bito, per esem­pio, gra­zie alla banca d’italia, iscri­vermi qui.

    La con­cor­renza spesso tende a non essere leale, o meglio: ognuno cerca di tirare l’acqua al suo mulino a qua­lun­que costo. Ecco per­ché esi­stono gli stati e le leggi. Spa­rare ad un con­cor­rente non è una pra­tica sana. Ma è un tipo di con­cor­renza che tende a far uscire il sistema dai binari del libero mer­cato: se sparo a tutti i con­cor­renti, resto solo io in regime di mono­po­lio. Que­sto è male, ma non è libero mercato.

    Il nesso tra il secondo prin­ci­pio della ter­mo­di­na­mica e l’economia non è affatto evi­dente, cre­dimi: l’economia non pre­sup­pone di per sé cre­scita infi­nita, per comin­ciare. Ma soprat­tutto il secondo prin­ci­pio della ter­mo­di­na­mica non parla affatto di cre­scita. Parla di irre­ver­si­bi­lità dei pro­cessi ter­mici: in un sistema iso­lato, l’entropia è una fun­zione non decre­scente nel tempo… Con­ti­nuo a non capire che ci azzecca.

    p.s., ma tu, o almeno il tuo super-io, non dico un nome, ma un’email vera ce l’avete? O hai così paura di una discus­sione da aver paura di scri­verla? Pro­metto che non ti mando spam! Lo giuro! ;)

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