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Corsi e Discorsi Storici

Dieci giu­sti anni fa, otto­bre mil­le­no­ve­cen­to­no­van­totto, io facevo la terza liceo ed era l’anno della matu­rità (sì, ho fatto il clas­sico, e la terza liceo è l’ultimo anno).
Era il primo anno delle matu­rità in cen­te­simi. Tutte le mate­rie, tre prove scritte. All’orale, si comin­cia con la «tesina»: un lavoro inter­di­sci­pli­nare por­tato avanti durante l’anno. Uno si può sce­gliere un po’ il tema che vuole, della tesina, a patto che sia inter­di­sci­pli­nare. La scuola comun­que, sce­glie un po’ di argo­menti pos­si­bili e ci fa degli approfondimenti.

Dieci anni fa era il mil­le­no­ve­cen­to­no­van­totto. Uno dei temi era «Le leggi raz­ziali del tren­totto». Sessant’anni dopo.

Viene orga­niz­zato un incon­tro al liceo, una spe­cie di con­fe­renza — con­ver­sa­zione sulle leggi raz­ziali del 38, con tre inter­venti: ci sono Lele Luz­zati, Alberto Bem­po­rad e Liana Millu.

Lele Luz­zati è dimesso, sor­ri­dente come al solito. In pra­tica dice che le leggi raz­ziali sono state il male malis­simo, of course. Ma lui, gli dispiace, non è la per­sona giu­sta per par­larne per­ché quando sono uscite le leggi raz­ziali è scap­pato in sviz­zera ed è andato a stu­diare scenografia.

Alberto Bem­po­rad era altis­simo, austero e social­de­mo­cra­tico. E ha fatto una lezione bel­lis­sima di sto­ria e di con­se­guenze, sto­ri­che poli­ti­che e per­so­nali delle leggi razziali.

Poi Liana Millu.

Liana Millu è stata ad Ausch­witz Bir­ke­nau. Numero A 5384. E rac­conta la sua sto­ria: rac­conta che nel tren­totto faceva la mae­stra, e anche la col­la­bo­ra­trice di un quo­ti­diano di Livorno, il Tele­grafo. Ma uscite che furono le leggi raz­ziali, Gio­vanni Ansaldo, diret­tore del Tele­grafo, la chiama nel suo ufficio.

Diceva, Liana, che Gio­vanni Ansaldo era un po’ come un padre, che l’aveva accolta al Tele­grafo, che era con­tento di lei. E lei era forse la più gio­vane lì den­tro, lei che nel ’38 aveva 24 anni. La chiama da lui e le dice guardi, lei non può più col­la­bo­rare con noi per­ché le leggi raz­ziali. E a lei che ci aveva cre­duto, a quel posto di gior­na­li­sta, che ora le sem­brava che la china fosse ripida, che anche a scuola dove inse­gnava non andava benis­simo, a lei che dispe­rata chiese ad Ansaldo e adesso? Come fac­cio? Ansaldo rispose con quello che lei defi­ni­sce sessant’anni dopo il più bugiardo, falso, peri­co­loso e infame pro­ver­bio toscano: «Male non fare, paura non avere».

Oggi è otto­bre del due­mi­laotto. Sono pas­sati set­tan­tanni dalle leggi raz­ziali, ne sono pas­sati dieci da quell’incontro.

Oggi, Lele Luz­zati, Alberto Bem­po­rad, Liana Millu sono morti tutti e tre.

Oggi a pagina sei di Metro, nell’ambito della cam­pa­gna del governo sull’integrazione dei migranti, c’era questo.


Ancora, sem­bre­rebbe, fischia il vento.

 
  • bella Sto­ria, brother.

  • Ter­ri­bile. Il pater­na­li­smo nau­seante che sta sotto quella pubblicità.

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