Lo so, me le cerco. Ma il gioco dialettico mi piace, specie quando è con persone intelligenti e che si sforzan d’essere irriverenti e superiori senza però esserne capaci. Promesso, a un certo punto smetto. Però per ora lasciatemi giocare.

Lasciatemi giocare me ton skeptikòn. La prima cosa che devo fare, però, è chiedergli scusa: è ineducato parlar di qualcuno e non farglielo sapere. A mia parziale giustificazione, si dica che ho scritto del bianconiglio in treno, ripromettendomi poi di lasciare un commento o un link a lui. Buone intenzioni sopraffatte da impegni e vita normale. Ancora, mi scuso. Mi scuso del fatto che abbia saputo del post prima da un trolleggiante odioso, che passa per il suo (e immagino a questo punto anche per il mio) blog, sapendo di non essere gradito. Mi chiedo, skeptikos, chi sia questo losco personaggio. Non ho trovato il commento che mi indica, spero tu vorrai indicarmelo.

Bene, spero di aver appianata questa imbarazzante mancanza. Ora giochiamo.

Giochiamo, confrontiamoci, parliamo. Spero che tu sia, malgrado tutto, ancora disposto a giocare con me al gioco del dibattito. Giust’anche solo per farmi capire bene dov’è, o dove sarebbe, la tua ragione. Spero di riuscire a mostrarti la mia.

Non mi conosci, lo dici, e io non conosco te. Ho di te letto altrove, e da te letto sul tuo blog. Di certo, questo non basta a capire di una persona né di quel che pensa, né delle sue convinzioni né dei motivi d’esse. Mi sembra necessario dunque presentarci, mi permetto di farlo per primo. Mi auguro che ti serva, il conoscermi seppur in parte, quella piccola parte di cui posso dirti qui e che lascia molto, forse troppo, non detto, ad evitare d’ora innanzi quei grossolani errori di giudizio che hai commesso fino ad oggi.

Sono laureato in scienze, informatica per la precisione, con una tesi sui sistemi distribuiti ad alte prestazioni. Ho lavorato diverse volte nella ricerca medica, scrivendo software di gestione e di analisi dei dati per indagini a singolo cieco e doppio cieco, soprattutto (ma non solo) nell’ambito della cardiologia. Sono figlio di due medici plurispecialisti; il papà, in particolare, si è occupato tra le altre cose di ricerca, tralaltro a Irvine e Stanford. Per quanto la genetica non comprenda la mentalità, la memetica probabilmente sì (o anche credi che l’ambiente non abbia rilevanza nella formazione di un individuo perché le variabili non sono quantificabili?) . Per lo stesso motivo, mi sento di dirti che vivo con la mia adorata compagna, fisico nucleare che si occupa oggi di radioattività sia operativamente che come ambito di ricerca (la radioecologia) per un’importante azienda italiana di energia. Il mio mestiere è fare l’analista di progetto e l’analista di sistema per diversi clienti della società per cui lavoro. Posso dirti che mi occupo di analisi e gestione del carico di produzione di una multinazionale di elettronica e di gestione ed analisi della piattaforma di bioinformatica per una società di ricerca genomica, tra le altre cose. Un’altra cosa di cui mi occupo, da più di dieci anni, è la divulgazione scientifica.

Tutto questo per dirti che se, come mi par di aver letto, mi consideri un credente dogmatico e ristretto, hai sbagliato di grosso. E ti stupirò forse ancor di più dicendoti che se ti fossi disturbato tanto da andare a leggerti qualcos’altro sul mio, o sui miei blog (oltre a questo, c’è anche divulgazia) avresti scoperto che sono contrario agli imbrogli delle medicine alternative e in generale di mentalità aperta a molto, dal capitalismo al nucleare. Ma non voglio farti una colpa della tua impulsività. Voglio piuttosto parlare con te di scienza e di logica.

Skeptikos caro, non confonderti: se tu “contestavi le idiozie” alle elementari  -e da allora forse non hai migliorato quest’arte, continuando a cercare di farlo con gravi errori di ragionamento che mascheri per sapienza- io almeno dal liceo distinguo un sillogismo eristico dall’odore. Ecco quindi come vorrei rianalizzare i due ragionamenti, il mio ed il tuo, rispetto a quello che ho semplificatamente chiamato problema dell’implica. Bambino mio, non ho ancora avuto il piacere di sapere chi sei e cosa sai, ma spero che un contestatore di idiozie riesca a leggere un po’ di formalismo. Ci provo.

Partiamo dalle formule: . Questo vuol dire che dal fatto che “Se ho le prove che una sostanza cura una malattia allora è una medicina” posso ricavare solo che “non ho le prove che una sostanza curi le malattie, o se ho queste prove la sostanza è una medicina”. Non c’entrano le vacche volanti, i dogmi e le opinioni di assolutezza. E’ logica del prim’ordine, si fa al primo anno. Applicata al nostro caso, si chiama, e ben lo sai, tanto che dopo aver smontato le idiozie ti ci ritrovi, falsificabilità della scienza.

Orbene. Ti dirò a questo punto che siamo d’accordo sull’omeopatia. Chiunque proponga fantomatiche acque con memoria o simili andrebbe rinchiuso, o almeno radiato dall’albo. Meno d’accordo, però, sono sull’agopuntura: A.J. Vickers sul Journal of the Royal Society of Medicine mostra una correlazione significativa tra l’agopuntura e l’antiemesi, per citare il primo che ho trovato. Stai attento alla logica, però: un caso positivo vuol dire che almeno in un caso funziona. Non che funziona in tutti. Analogamente, quando dici che come terapia del dolore l’agopuntura è statisticamente equivalente al placebo, beh vuol dire due cose: vuol dire che l’agopuntura è un buon placebo, il che di per sé è importante, e vuol dire che nel trattamento del dolore non funziona meglio del placebo. Non, in assoluto non funziona meglio del placebo.

Skeptike, credimi. Non ho mai voluto ergermi a paladino delle medicine alternative. Degli impiastri trogloditici e delle danze sciamaniche. Ma credo che quando si dice che la scienza ha una visione occidentalistica della realtà, credo si intenda che l’approccio alla realtà del fare scienza come lo conosciamo sia (ed effettivamente è) estremamente occidentale. Aristotelico. Pitagorico e Cristiano. Mettila come vuoi. Il rischio che corri, con i tuoi alti lai contro la sofisticazione, le grida al ciarlatano e gli strepiti razionali, è di trascendere dalla realtà. Sai, bambino mio, la scienza è semplificazione. Non è la realtà: è una proiezione analitica e spezzettata della realtà, del mondo. E se pensi che la medicina, per di più, sia una scienza, beh… Non hai capito un bel niente. La medicina è, qualunque medico in coscienza te lo dirà, molto più simile all’alchimia che alla scienza. Il paziente si cura con un po’ di questo, poi un po’ di quello, poi rivalutiamo, poi facciamo le analisi, poi cambiamo medicina, ah no peggiora, allora torniamo a quella di prima e aggiungiamo qualcos’altro. Non a caso, sia chiaro. Con una logica dietro. Ma la sola logica non basta. E si va avanti così finché il paziente guarisce o muore.

E se i meridiani non hanno senso, o il fluido vitale, o quello che vuoi, non è detto che la pratica che ci sta dietro sia sbagliata. Uno stregone sosterrà che nella pelle dell’albero che piange si trova la forza della dea tradita dalla sorella della seconda stella a destra che fu tramutata in albero per poter piangere la morte di porosifiro il fauno fatato o qualunque altra storia insensata. Poi arrivi tu e mi dici, la salicina. Certo, ma l’effetto non cambia. E’ solo sintassi.

Perdonami, skeptike, se ho mescolato gli argomenti, se sono stato confuso. Non tutti però, lo sai, sono abili come te ad usare le parole.

Ti bacio

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In ritardo, in estremo ritardo, in un ritardo assoluto, tipo bianconiglio, ci vorrei entrare un attimo, nel dibattituccio su salute e medicina e alternativa della e. e del gipunto, e di aleks. Veloce veloce, giusto per dire che io lo capisco, Aleks. Lo capisco perché succede a quasi tutti, anche fino al terzo anno di informatica. Succede, dico, di sbagliare l’implica.

Indovinello: Se domani piove resto a casa. Dire cosa può succedere domani:

  • Piove quindi sto a casa
  • Piove quindi esco
  • Non piove quindi esco
  • Non piove quindi sto a casa

Se avete detto: piove quindi sto a casa, e non piove quindi esco, ecco, avete sbagliato. Questo è esattamente il nocciolo del ragionamento di aleks.Pensateci: non ho detto che cosa faccio se non piove, quindi a seconda dei casi, se non piove magari esco. O magari mi sfascio di playstation. Sono potenzialmente vere tutte e due.

Ora provo a riformular l’indovinello:

Se ho le prove che una sostanza cura una malattia allora è una medicina.

  • Ho le prove che una sostanza cura una malattia. Essa è medicina
  • Ho le prove che una sostanza cura una malattia. Essa non è medicina
  • Non ho le prove che una sostanza cura una malattia. Essa è medicina
  • Non ho le prove che una sostanza cura una malattia. Essa non è medicina

Uguale a prima, il fatto che io non abbia le prove che, non è uguale al fatto che io abbia le prove che non.

Questa cosa di logica l’ha inventata uno che si chiamava De Morgan.

Ora, è quindi vero che di base non possiamo dire niente senza altri dati. In certi casi, tipo l’omeopatia, si dimostra facile facile che è equivalente esattamente al placebo. La dimostrazione è fatta coi numeri e ve la dico se mai me la chiedete. Altre, tipo l’agopuntura, o la riflessologia, o la pranoterapia, non c’è la prova né del sì né del no. Quindi, a prescindere da quelle che possono essere le mie opinioni, che vi risparmio, dal punto di vista della logica, dell’approccio scientifico o come lo chiama lui, la sua teoria non sta in piedi. Con buona pace dei sedicenti skeptikoi.

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    Amici, Compagni, Compatrioti.

    All’alba di oggi, quattordici aprile duemilanove, veniva alla luce il criminoso disegno di ignoti nemici del popolo che, scevri di alcuno scrupolo, ai danni dell’Amica, Compagna, Compatriota Pacefortissima e della di lei Amica, Compagna, Compatriota bicicletta campagnola, quest’ultima vergognosamente asportavano dal posto di riposo.

    Ribadiamo alla Popolazione tutta che ogni furto di bicicletta non resterà impunito. Che i vili e fascisti attentatori stiano in guardia.

    Viva la Rivoluzione! Viva l’antifascismo!

    Viva la bicicletta!

    Occhei, lo so, sono stato a snowboardare invece che qui, ma fatto sta che ora devo fare le mila cose- di lavoro, innanzi tutto, e vabbè. Ma poi, devo rispondere a mele, scrivere di cose qui, e ancora aspetto una mela di mia sorella gabbiana con l’elenco degli argomenti, lei capisce.

    E così nel frattempo non vorrei che vi foste sciolti che ho diviso le acque come mosè, ho diviso il blogs tra questo e la divulgazia. E che su quel blog lì ora c’è del nuovo. E che adorerei i vostri commenti al riguardo.

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    C’è che la strega è intervenuta nel dibattito, ha accolto l’invito. E allora, anche se magari licealmente o banalmente (ma no, strega, non mi sono offeso :) ) mi sembra giusto rispondere. A lei e ai suoi commentatori.

    Gli è che la banalità della cosa, in realtà, non mi è ancora del tutto chiara: se è vero, come sono certo che sia, che grazie ci avevamo pensato, devo dire che allora abbiamo anche fatto di tutto, e continuiamo a far di tutto, perché non si veda per niente, che ci abbiamo pensato. Perché se il problema certo è “come”, anche il concetto in sé non è scontato. E infatti mi sembra che la strega dica che insomma, non di solo futuro vive l’uomo, che il “lavoro non si tocca” o “la resistenza l’abbiamo fatta noi” è un presente e un passato che devono appartenere ad un’offerta politica anche, o soprattutto, della sinistra. Ecco. E allora dico, no che non ci avevamo pensato.

    Perché la questione è che se è vero che “il lavoro non si tocca” può essere un principio sano e saldo della sinistra, “il lavoro non si tocca” non è né sarà mai un accettabile programma politico. Perché non è un programma, semplicemente. E’ un principio dogmatico tal quale a non so, “non fornicare”. Più sano e saldo, forse, ma fatto di un tessuto della stessa qualità. Roba buona per gli slogan da manifestazione, che infatti sono la manifestazione popolare (che, ho detto, passa per il presente) di una politica che con la politica vera nulla ha a che fare se non come direttiva di principio dagli elettori ai decisori.

    Ma la religione, ho provato a dirlo già, non si distingue dalla laicità nella collocazione del dogma, l’aldiquà o l’aldilà. Piuttosto, si distingue nel tono del principio.

    Il passato invece, sempre dal punto di vista di una proposta politica, è più rischioso: la resistenza l’abbiamo fatta noi può essere anche vero (e vero non è sempre, ma molto spesso) ma non aggiunge nulla ad una proposta politica, se non un po’ di spocchia e di polvere. E’ come se una squadra di calcio programmasse i ritiri e gli allenamenti della prossima stagione in base al fatto che ha vinto uno scudetto vent’anni prima. Per quanto la squadra e i suoi tifosi possano essere fieri dello scudetto vinto, non aggiunge pane alla zuppa: il futuro è altra cosa. Il che, sia chiaro, non toglie l’importanza della resistenza e la sacralità dei suoi principi (che infatti sono al presente). Ma chiunque l’abbia fatta.

    Obama.

    Obama io personalmente non credo che sia particolarmente un genio. Diciamo nella media dei capi di stato (i quali, spero sia chiaro a tutti celie a parte, sono solitamente di ottima caratura mentale. Sì, anche Berlusconi o George W. Magari in malafede, ma intelligenti. Poi, quel che vogliono sembrare è un’altra cosa. Ma questa è ciccia magari per un altro post). Ma obama ha fatto del cambiamento, del rinnovamento e della freschezza i suoi cardini. E ne ha avuto ben donde, dopo l’ottennio repubblicano. Spero che i miei tre lettori concordino con me sulle basi: e cioè che l’obama presidente è il prodotto del marketing democratico. A Obama manca un programma globale e assoluto. Ma il suo grande pregio è che ha saputo, in campagna elettorale, circondarsi di gente brava e preparata. Ma soprattutto giovane. Il carisma di Obama è fatto di robe niente male, quanto a oratoria, eh: cose come:

    Era un credo scritto nei documenti dei padri fondatori, che dichiararono il destino di una nazione. Yes we can.

    Fu sussurrato dagli schiavi e dagli abolizionisti mentre tracciavano un sentiero verso la libertà: Yes we can.

    Fu cantato dagli immigrati arrivando da rive lontane, dai pionieri che si avventurarono a ovest contro un’impietosa e selvaggia natura. Yes we can.

    Fu il grido dei lavoratori che si organizzarono, delle donne che arrivarono ai seggi, di un presidente che scelse la luna come nuova frontiera e di un re che ci portò sulla cima del monte e ci mostrò la terra promessa. Yes we can.

    Sì, possiamo avere giustizia ed uguaglianza.

    Sì, possiamo avere opportunità e prosperità.

    Sì, possiamo risanare questa nazione, sì possiamo riparare questo mondo.

    Yes we can.

    Sappiamo che la battaglia innazi a noi sarà lunga, ma ricordatevi sempre che qualunque siano gli ostacoli sul nostro cammino, nulla può fermare il potere di milioni di voci che chiedono di cambiare.

    Un coro di cinici ci ha detto che non possiamo far questo.Diventeranno solo più rumorosi e dissonanti.

    Ci è stato chiesto di fermarci e di renderci conto dell’assurdità della cosa. Siamo stati avvisati di non offrire alla gente di questa nazione una falsa speranza. Ma nell’improbabile storia che si chiama America non c’è mai stato nulla di falso nella speranza. Ora le speranze di una bambina in una scuola pericolante a Dillon sono le stesse dei sogni di un ragazzo che impara sulle strade di Los Angeles.

    Ci ricorderemo che qualcosa sta accadendo in America. Che non siamo divisi come suggeriscono i nostri politici. Che siamo un popolo solo, una nazione sola, e insieme cominceremo il prossimo grande capitolo della storia americana, con tre parole che risuoneranno da costa a costa, da oceano a scintillante oceano.

    Yes. We. Can.

    Il carisma di Obama, io vorrei che me lo trovaste in Italia. Ma il carisma di obama non è di obama: è di un ragazzo ventiseienne, laureato in lettere ad Harvard. Che di mestiere scrive i discorsi di Obama. Chi scrive i discorsi di Fassino? O di Franceschini? Qualcuno sa il nome di un ventiseienne laureato in lettere che scrive gli interventi di Napolitano? Ecco. Questo è il pregio di Obama, non l’avere un programma universale di risoluzione dei problemi. Ma questo programma non lo hanno avuto mai, neanche marx, lenin o maotsetung.

    Concludo, dicendo che la scientificità, la sperimentazione, non è alchimia. Mischiare e vedere cosa esce fuori difficilmente porta a risultati. Certo, la sperimentazione è importante, e bisogna verificare i risultati. Ma prima bisogna pensare a cosa fare.

    Ma “informiamo i signori viaggiatori che tra pochi minuti arriveremo nella stazione di Genova piazza principe. Next stop Genova piazza principe.” E quindi chiudo. Ma voi, oh, buttatevi nella mischia e fateci sapere che ne pensate.

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    [Nota: il titolo è un orribile gioco di parole nerd. Se non lo capite, beati voi.]

    Oggi la notizia è che il vaticano fa gli studi di statistica. Lo dice l’Osservatore Romano, che il vaticano ha fatto uno studio: come peccano gli uomini e le donne?

    Oh, bene. L’uomo è più da peccati di carne: accidia, lussuria, gola. Robe così. La donna invece è più stronza: iraconda, invidiosa, superba. E d’accordo, a parte che.

    A parte che mi chiedo come si facciano questi studi. Mettono i questionari nelle chiese? O fanno prendere appunti ai confessori? O controllano un campione significativo dei credenti, come fosse l’Auditel? No, perché la storia cambia a seconda di come fai la raccolta dati. Per esempio.

    Supponiamo che i confessori prendano appunti. Chiedano il consenso al trattamento. Padre ho molto peccato. Figliolo cos’hai fatto? Padre, ho tradito mia moglie con una tailandese di undici anni. Ah, lo faccio sempre anche io, ma io non ho moglie, almeno… Venti ave e dieci pater. Ego te absolvo in nomine patris et filii et spiritui sancti. Amen. Vai in pace. Ah no ecco scusa, figliolo, dimenticavo. Acconsenti tu acché la tua confessione venga usata sotto forma di dati aggregati per fini statistici dal vaticano? Responsabile del trattamento dati è il papa, che potrà dare mandato ad addetti al trattamento dati sia dipendenti del vaticano che in consulenza. Dì acconsento.

    Ecco, io non ho molta esperienza di confessionale, ma che facciano così non l’ho mai sentito. E allora? I questionari in chiesa? Vicino al libriccino coi canti, osanna nell’alto dei cieli, un foglio: Inchiesta sui peccati. Ti preghiamo di rispondere alle domande sottoindicate compiendo una scelta singola tra quelle presentate. Indica il tuo genere (sesso non lo userebbero mica, no?) M o F. Uno. Sei accidioso (1 per niente, 5 moltissimo). Due. Sei lussurioso (1 per niente, 5 moltissimo). E via così. Ma allora, non sa non risponde, dove viene messo? Entra in classifica? O in paradiso? Padre ho fatto tutti uno. Ah, ma allora sei superbo. Non è possibile non peccare per nulla. Metti cinque a superbia e a posto così. Non mi sembra affidabile, ecco.

    E l’ultima possibilità che mi viene in mente è la più inquietante: un campione significativo di fedeli, distribuiti uniformemente nella popolazione (sono intorno a noi, in mezzo a noi, in molti casi siamo noi, per citare il poeta) viene messo sotto osservazione. C’è un arciprete guardone grasso e sudato che guarda le telecamere e ascolta i microfoni tipo grandefratello. Si fa tutti i cazzi di tutto il campione, e prende appunti, quando non è impegnato a guardare la figlia chierichetta di famiglia che fa la doccia. Ecco, il marito vuole di nuovo conoscere la moglie, anche questa settimana, il porco! Più un punto agli uomini per lussuria. Oh, la moglie dice che anche lei vuole la pelliccia di volpe come la Renata. Ecco, più uno di invidia alle donne.

    Ma il vaticano, per coerenza, non dovrebbe chiedere lumi a cespugli infuocati e chenesò, interiora di agnello? Magari la statistica l’ha fatta così…

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    Questo post è un post un po’ che era un po’ che mi girava per il capo, un po’ che spero stimoli la discussione, come dire. Un po’ anche divulgazia e un po’ etica in senso lato.

    Allora, partiam dal principio. Tutto è nato da due o tre fatti degli ultimi tempi.

    Il primo fatto sono gli autobi (si dice così?) degli atei, grazie a dio dio non esiste o una roba così, che non ricordo. Ora, sia chiaro hic et nunc che il mio approccio alla deità è quella di un sano agnosticismo, come a dire: io non so se dio ci è o ci fa. Non posso dire dio non esiste, e non posso dire dio esiste. A volte mi sembra che dio esista e altre volte mi sembra una cosa senza senso. Peraltro, le volte che mi pare che dio esista, sono d’accordo col maestro nel sostenere che se dio non ci fosse bisognerebbe inventarlo, e questo è quel che faccio quando dico che dio esiste. Ma non è questione. La questione invero è che secondo me, se dio ci è, se ne fotte. Non ho intenzione neanche da lontano di passare dalla deità alla religione, se non per dire che la religione, di base, con dio ci azzecca solo di striscio, per caso, come dire. E io credo che sia questo il vero punto fondamentale: dio se ne fotte di base, figurarsi delle religioni.

    Mi rendo conto che questo punto di vista, detto così, possa apparire superficialotto non poco. Ecco perché ora approfondisco un po’, giurin giurella.

    Supponiamo che io voglia fondare una religione tutta mia, il paolinismo, per dire.
    Per farlo avrò bisogno di una serie di elementi. Ma attenzione, non avrò necessariamente bisogno di un dio. Tipo, il buddismo il dio non ce lo mette proprio del tutto. O il comunismo, o la medicina omeopatica. La religione in realtà è un codice di comportamento di una comunità. Sono regole, fondate per di più sui valori. E’ l’etica del presente. Nel senso del tempo presente, modo indicativo.

    Io ho imparato questa cosa qui: un discorso lo si può fare al presente, al passato o al futuro. Ogni tempo ha una sua etica. Vi faccio un esempio: al tempo passato, l’etica è della colpa. Al presente, è l’etica dei valori. Al futuro, l’etica della costruzione. Non è una roba che mi sono inventato io, eh, è aristotele credo. O cicerone. Insomma, uno di quelli che sapeva parlare.

    Tipo, tanto per fare un esempio che rinvanga, Talpa, hai corrotto la Compagna (tempo passato): Talpa hai commesso una colpa.

    Oppure Talpa, sei brutto (non prendertela, talpa, è solo un esempio). Tempo presente. Nel mio sistema di valori è così e bon, non ci si fa un cazzo.

    Oppure, Talpa, so che non ripeterai (futuro) più certi errori. E’ una promessa, una costruzione di un accordo.

    Grazie talpa, puoi sederti.

    Ora.

    Ora, succede che la religione usa il presente, universalmente: persino quando c’è il futuro, partorirai con dolore, per causa di un passato, hai mangiato la mela, la semantica è tutta presente: partorisci con dolore perché sei peccatrice.

    La gente, il famoso “popolo bue”, sempre, usa il passato. Ogni tanto il presente. La politica usa il futuro, o almeno dovrebbe usarlo. La gente dice “i rumeni hanno stuprato una ragazza. Prendiamoli e facciamoli a pezzi.” Il raddrizzamento col tempo presente di una colpa. Di un tempo passato. La politica invece dice (o dovrebbe dire): ebbene se educhiamo i rumeni ad un atteggiamento diverso nei confronti di donne ed alcol, avremo meno stupri (si intende che sto tirando a caso, sia sull’etnie che sulle soluzioni, eh… E’ solo per fare un esempio). Futuro. A questo punto la politica che sento oggi dice una cosa un po’ diversa. Dice: ebbene, prendiamo i rumeni e mettiamoli in galera: i rumeni sono pericolosi. Ora, dire “i rumeni sono pericolosi” è una frase al tempo presente. Quindi la politica non ci deve avere a che fare. Però parlare come il popolo bue, cioè al passato, e come la religione, cioè al presente, fa voti. Ma non è di politica che voglio
    parlare.

    Voglio invece continuare un attimo il discorso della religione. Del tempo presente (è un modo ottimo per risolvere i conflitti: portare la discussione sul tempo presente. “Ecco, non hai fatto la lavatrice. In questa casa faccio tutto io.” “Hai ragione, ecco facciamo così: la prossima volta ricordamelo, così sicuramente farò la lavatrice” [pacefortissima mia adorata, lo so che non dico così, che predico bene e razzolo male, ma montesquieu diceva che la diplomazia non dev'essere piacevole, dev'essere efficace. Invece io voglio che tra noi anche le lavatrici siano piacevoli... ;) ])

    Il discorso della religione si è palesato in tutta la squallida storia di Eluana, martire controvoglia dell’anno. Ragioniamo razionalmente.

    Eluana Englaro è stata diciassette anni in stato vegetativo autonomo. Vuol dire che le uniche cose che sapeva fare da sola erano respirare, far circolare il sangue e far funzionare l’intestino. Cioè più o meno aveva la stessa abilità neurologica di una vongola. Ora, lasciamo stare tutti i discorsi di protocolli, del padre, delle cliniche eccetera. Il nodo di tutta la questione è un problema di tempo verbale. La chiesa parla al presente: la vita è sacra. Anche da vongola. La magistratura parla al futuro: se interrompiamo l’alimentazione, porremo fine alla sua sofferenza. Siccome sono etiche diverse, non c’è modo di capirsi, senza neanche considerare il mettersi d’accordo. Ugualmente accade in tutte quelle cose dove c’è un conflitto di questo tipo: abortire è brutto. Certo, non credo esista nessuno che si diverta ad abortire. Abortire risparmierà una o due o tre vite dalle sofferenze di essere madre, o padre, o figlio senza essere in grado di gestire la cosa. Il preservativo è peccato, dacché è scritto di non disperdere il seme. Il preservativo mi ripara dalle gravidanze accidentali o dalla morte dolorosa e lunga a venire dell’AIDS. Tutti contrapposti tra presente e futuro, tra etica dei valori ed etica della costruzione.

    Ora, ci sono due morali: la morale del singolo, che parla il tempo presente, e la morale della politica, che parla il tempo futuro. Non è detto che le due coincidano. Anzi…

    Ad esempio: quinto, non uccidere. Nel mio, nel nostro, sistema di valori, uccidere è giustamente male. Ma nel sistema di valori della politica, che è (o dovrebbe essere) quello che aspira al bene del comune pubblico, questo non sempre è vero. E’ la vecchia storia: se potessi viaggiare nel tempo, tornare a monaco nella birreria dove un giovane Adolf Hitler beve birra e disegna, lo uccideresti? La risposta giusta, secondo me, è che no, io non lo ucciderei, perché sarebbe comunque omicidio e non vivrei bene il dopo. Non ci riuscirei neppure, forse. Ma una polizia o un esercito o comunque una propaggine della politica in senso lato, dovrebbe tornare indietro nel tempo e farlo fuori. Semplificando molto, eh, questo. Però insomma, a capirci. La politica al futuro, quando la gente al presente. Obama lo ha fatto moltissimo nella sua impostazione comunicativa: Change. La capacità comunicativa di Obama è stata di fatto una: saper parlare al presente, per assiomi di valori condivisi, di messaggi al futuro, di politica di cambiamento, di costruzione e di efficacianel momento e non in assoluto. Bush dice: Chi non è con noi è con i terroristi. Estremamente al presente. Obama, invece: diciamo ai musulmani che se farete i furbi non vi perdoneremo, se ci rispetteremo, lavoreremo insieme in pace e prosperità. Tutto un’altra cosa.

    Ecco. A questo punto ci vuole una definizione: una politica che parla al futuro si chiama Democrazia. Una che parla al presente la chiameremo invece Teocrazia.

    E tutto questo post fiume era per dire che secondo me viviamo, oggi in Italia, in una teocrazia. E che dovremmo costruire qualcosa che sia un’alternativa a questa teocrazia e che non sia un’altra teocrazia. Come invece l’opposizione di oggigiorno è. Una risposta democratica, nel senso della definizione che ho dato, all’impostazione teocratica che il berlusconismo è, o il veltronismo o prodismo vorrebbero ma neppure riescono ad essere.

    E ora a voi, me la dite la vostra?

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    Cara Comunety,
    quattro mesi e due giorni fa ho scritto il mio ultimo post. E oggi ne scrivo finalmente uno nuovo.

    Ne scrivo uno nuovo per entrare in questa giocosa discussione della Talpa paria. E ce n’ho per tutti.

    La comune-ty è noi. Siamo noi altri, come gruppo-famiglia-allargata-dalle-dinamiche-schizoidi. Corrigetemi se sbalio. Ma la comunety l’ha definita la E. citando zauberei: “Saremo dei vecchi bellissimi. Vecchi che la sera bevono bourbon con i piedi sul tavolo. Vecchi ingrassati dalla vita, dai pasticcini che non ci saremo vergognati di mangiare, vecchi di edonismo etico. I nostri nipotini verranno da noi con l’amore alle prime armi. E noi insegneremo loro che i sentimenti sono liberi dai cliché, che i sentimenti sono desideri e non stili di desiderio (…)” (Zauberei) Io aggiungo: come gruppo. Gruppo di cinemi, teatri, serate chez niris o una volta da stavros. Grigliate sul monte e venticinquaprilinvalle. Questo, per quanto labile sia la definizione, è la comune. E credo, o almeno spero, che siate tutti o quasi d’accordo con me.

    La comune prevede anche una presenza onlain, che non sia il fottuto faccia a buchi. Invece un blog. Da quello che si era prima che la e. e poi il sottoscritto e poi tutti gli altri comunetary aprissero i loro blogghi, siamo diventati la comunety per i blogghi e i rimbalzi da un bloggo all’altro e così. Da subito, quasi: per dire che la strega parla della comune in un suo post di settembre duemilasei. Così, sicuro che nella comune ci siamo la nessie, la kggb, la strega, la e. ed io. Di partenza. Poi il puntoggi è arrivato dopo un po’. Poi il resto del mondo, a seconda: ad esempio, i fidanzati vari ed eventuali. La pacefortissima per me sì perché fa gruppo con noi e ci ha un blog. Il chimico anche finché c’è stato, ma ora? Non credo, no. Stakanov no. Non ci è mai stato. E come stakanov, secondo me, neanche la talpa ci è mai stata nella comunety. Ora.

    Ora la storia è che la comune-ty, chi ci è dentro e chi la fa, non è che si possano definire in assoluto. Non siamo un cazzo di club privé unza unza. Il massimo che si può fare è sapere chi è che ci è su comunety.net. Ma lì sopra a) non ci siamo tutti, e b) sul sito io sono il signore e padrone e decido io chi c’è e chi non c’è.

    Queste suesposte sono mie personali opinioni, se vi vanno bene bene, sennò sticazzi. La stessa cosa vale per i seguenti, ad personam, attacchi.

    Strega, sono d’accordo con te. Solo, non sosterrei questa cosa di sottoscrivere l’allontanamento della talpa perché ci ha avuto una storia colla Compagna. Sull’allontanamento possiamo anche parlarne (ma verrà -o è già venuto- da sé, senza bisogno di un atto firmato) ma non per la storia tra lui e la Compagna.

    Compagna, sticazzi. Benvenuta nel mondo reale. In quel posto magico dove tra quando arrivi e quando ti sistemi sentimentalmente ci hai da far la tua dose di cazzate, di rimpianti, di cattivo sesso, di menate e di opinioni sbagliate. Ma poi, pensandoci, non credo che più di tanto tu te la stia a menare su sta storia.

    Talpa, mollaci. E’ ufficiale, non ci stai particolarmente simpatico. Personalmente neanche particolarmente antipatico, sia chiaro. Ma assolutamente in media. Altri ti mettono più nelle sigma di sinistra (ei, humanistas, le sigma di sinistra non son cose comuniste eh) ma comunque. Mi sembra di capire che tu abbia una vita, degli amici, degli hobby. E allora, mi chiedo, ma che cazzo, non ci hai di meglio da fare che zappettartelo con noialtri? Io mi rendo conto che parte della popolazione, nella fattispecie la più sfigatella, non riesca a staccarsi dal passato. Ah, ma non vi dimenticherò mai, ma sentiamoci, ma dopo quello che c’è stato tra noi. Un cazzo. Non siamo amici. Sei l’ex di due di noi e un conoscente indifferente per il resto di noi. Che ti aspetti? Di essere accolto a braccia aperte come in famiglia? Sia chiaro, talpa. Se devo scegliere tra te e uno qualsiasi dei miei amici, ti butto dalla torre e poi ti tiro anche dietro il ferro da stiro, se serve. Tra te e chiunque altro, tiro la monetina. Quindi, per riassumere. Talpa, mollaci.

    E., cristo, ti devi mettere nella zucca che non sei la fata madrina di nessuno. Anche se vorresti esserlo di tutti. Io me lo ricordo il tuo fidanzato di quando avevi diciott’anni. Abbiamo svuotato un lavandino di vomito di ex della nessi (vedi talpa, non sei neanche il peggior ex che abbiamo mai avuto) insieme, io e il tuo fidanzato di quando avevi quell’età lì della compagna. So chi frequentavi. E chi frequentava la nessi l’abbiamo appena descritto. Io frequentavo roba tipo pseudo ballerine anoressiche che ad oggi raccontano in giro di avermi mollato loro. Qual’è il problema. Che la talpa abbia adescato una giovane indifesa? Mica l’ha stuprata. Gliel’ha chiesta per favore, e lei gliel’ha data con l’inchino. Vorrei ricordare a tutti gli svenevoli post del blog della compagna, quando la dava coll’inchino alla talpa, dopo i mila chilometri di treno. Ora tu mi dirai, beh ma è piccola! Ma si fa facile a intortarli i ragazzini. Ebbene. Tu ti sei fatta intortare, a tuo tempo, da gente più grande di te. Cazzo, ti sei fatta intortare da un prof di filo. Almeno la compagna è solo amica, dei suoi prof. Non ci va a letto. E nonostante tu ti sia fatta intortare, sei venuta su una donna splendida, diversamente -ma decisamente- equilibrata, autonoma, indipendente, intelligente e proprietaria di casa. Chemminchia, lasciamo che le giovani della comune si lascino intortare, si lascino scopare da gente che le ha intortate. Che se la vivano in gloria, che poi noi vecchietti saremo lì a dirgli te l’avevo detto e ma che figlio di troia quello, come da generazioni si fa.
    Cio detto sappi che ti capisco, che anche io son protettivo.

    E soprattutto, miei cari, come si dice nella mia ex città, pigiaèla bassa.

    I baci

    paolino

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    Dieci giusti anni fa, ottobre millenovecentonovantotto, io facevo la terza liceo ed era l’anno della maturità (sì, ho fatto il classico, e la terza liceo è l’ultimo anno).
    Era il primo anno delle maturità in centesimi. Tutte le materie, tre prove scritte. All’orale, si comincia con la “tesina”: un lavoro interdisciplinare portato avanti durante l’anno. Uno si può scegliere un po’ il tema che vuole, della tesina, a patto che sia interdisciplinare. La scuola comunque, sceglie un po’ di argomenti possibili e ci fa degli approfondimenti.

    Dieci anni fa era il millenovecentonovantotto. Uno dei temi era “Le leggi razziali del trentotto”. Sessant’anni dopo.

    Viene organizzato un incontro al liceo, una specie di conferenza – conversazione sulle leggi razziali del 38, con tre interventi: ci sono Lele Luzzati, Alberto Bemporad e Liana Millu.

    Lele Luzzati è dimesso, sorridente come al solito. In pratica dice che le leggi razziali sono state il male malissimo, of course. Ma lui, gli dispiace, non è la persona giusta per parlarne perché quando sono uscite le leggi razziali è scappato in svizzera ed è andato a studiare scenografia.

    Alberto Bemporad era altissimo, austero e socialdemocratico. E ha fatto una lezione bellissima di storia e di conseguenze, storiche politiche e personali delle leggi razziali.

    Poi Liana Millu.

    Liana Millu è stata ad Auschwitz Birkenau. Numero A 5384. E racconta la sua storia: racconta che nel trentotto faceva la maestra, e anche la collaboratrice di un quotidiano di Livorno, il Telegrafo. Ma uscite che furono le leggi razziali, Giovanni Ansaldo, direttore del Telegrafo, la chiama nel suo ufficio.

    Diceva, Liana, che Giovanni Ansaldo era un po’ come un padre, che l’aveva accolta al Telegrafo, che era contento di lei. E lei era forse la più giovane lì dentro, lei che nel ‘38 aveva 24 anni. La chiama da lui e le dice guardi, lei non può più collaborare con noi perché le leggi razziali. E a lei che ci aveva creduto, a quel posto di giornalista, che ora le sembrava che la china fosse ripida, che anche a scuola dove insegnava non andava benissimo, a lei che disperata chiese ad Ansaldo e adesso? Come faccio? Ansaldo rispose con quello che lei definisce sessant’anni dopo il più bugiardo, falso, pericoloso e infame proverbio toscano: “Male non fare, paura non avere”.

    Oggi è ottobre del duemilaotto. Sono passati settantanni dalle leggi razziali, ne sono passati dieci da quell’incontro.

    Oggi, Lele Luzzati, Alberto Bemporad, Liana Millu sono morti tutti e tre.

    Oggi a pagina sei di Metro, nell’ambito della campagna del governo sull’integrazione dei migranti, c’era questo.


    Ancora, sembrerebbe, fischia il vento.

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