Lo stesso discorso vale per le infrastrutture, le ferrovie, gli aeroporti, le strade, la compagnia degli autobus della vostra città. Invece non vale esattamente per scuola, sanità, servizi. Per questi ultimi vale un discorso diverso.

Ma pensiamo per ora all’acqua. E’ un bel po’ che ci penso. E va così.

Supponiamo di fare scarpe. Siamo gli unici a fare le scarpe. L’abbiamo già visto: se il signor Antonio è il solo a fare le scarpe, le può vendere a quanto gli pare. Poi però il signor Carlo arriva e trac, apre un negozio di scarpe pure lui.

Tutto il sistema funziona perché a tutti conviene fare quello che fanno. E siccome l’unica verità assoluta in economia è che le persone rispondono agli incentivi, tutti faranno quel che gli conviene. Nella fattispecie, Antonio e Carlo faranno scarpe perché staranno meglio facendo scarpe che facendo altro, e i clienti di Carlo e Antonio compreranno le scarpe dove vorranno, a un prezzo che riterranno vantaggioso per quelle scarpe. Lo abbiamo già visto, dicevamo.

Ora facciamo lo stesso ragionamento con l’acqua.

L’acqua è un bene fondamentale, e vabbè. Lo sappiamo. Il fatto importante però è che però l’acqua non è un prodotto.

Non è un prodotto proprio nel senso letterale del termine: non viene prodotta, neanche metaforicamente. Si trova in natura, si prende e si usa. E non si può vendere e comprare, in quanto tale. Ora state attenti perché è un punto sottile. Quello che si compra, sia al supermercato in bottiglia che aprendo il rubinetto e bevendo, è il servizio di trasporto a domicilio (o al supermercato) dell’acqua. Lo ripeto: quello che è in vendita è il servizio di trasporto dell’acqua.  Se io vado al fiume e me la prendo e porto a casa nelle taniche, non pago un bel niente. Non si può comprare l’acqua in quanto tale. Se si fa, se si da il diritto solo a pochi di sfruttare l’acqua, allora si fa un danno, e una cosa svantaggiosa dal punto di vista economico. Quindi ok, paghiamo un servizio. E che male c’è?

Beh nes­suno, di per sé. Però bisogna stare molto attenti, quando si parla di economia. Bisogna considerare tutti i  dettagli.

Supponiamo che io prenda in conces­sione l’acquedotto di Musarchi. L’acqua di Musarchi viene dall’Alcinedo, il fiume che attraversa Musarchi e poi sfocia in mare. Il fatto è che se io sono l’unico che gestisce l’acqua a Musarchi, tengo tutti i Caroplani di quella città per le palle, come si dice. Nella fattispecie, posso decidere il prezzo che mi piace di più. Che ovviamente è un prezzo bello alto. Siccome senz’acqua si muore, ognuno sarà disposto a dare praticamente tutto quello che hanno per avere l’acqua. Un affare! Momento, però: c’è il fatto che ci sono solo io. Se ci fosse un concorrente, o meglio ancora più di uno, saremmo a posto.

State molto attenti: questo è esattamente il discorso che fanno coloro che sono favorevoli alla «privatizzazione dell’acqua»: una società inserita nel libero mercato sa essere più efficiente, più efficace e in generale migliore nel fornire il servizio. Questo atteggiamento è figlio di una burocrazia, è sbagliato di base, ed è lungo da affrontare. Quindi un’altra volta. Però è falso. Perché?

Perché non c’è scelta, ovviamente. La rete idrica, come una serie di altre cose tipo la rete stradale, le ferrovie, gli areoporti, sono delle cose che in economia si chiamano monopoli naturali. I monopoli naturali sono delle cose per cui il numero ottimale di imprese sul mercato è uno. Il ché, per la concorrenza e il libero mercato è un po’ un pacco.

E quindi? Quindi c’è bisogno che l’azienda unica abbia incentivi un pochino diversi rispetto ad avere un profitto secco. Il che si può ottenere in due modi: o l’azienda unica è lo stato, oppure lo stato impone un’Authority per cambiare gli incentivi dell’azienda unica privata. Il che però è estremamente complicato, nella pratica.

Anche far gestire allo stato l’acquedotto, direte voi. Certo rispondo io. Perché le modalità di gestione sono state storicamente sbagliate, gestite in una burocrazia, appunto. Bisognerebbe fare in modo che la meritocrazia funzionasse anche all’interno della pubblica amministrazione. Cosa complicata anzichenò. Ma per lo meno ci sarebbero gli incentivi elettorali, invece di quelli economici, e si risolverebbe sulla carta il problema del monopolio. Perché un monopolio è sempre male, da qualunque parte stia.

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Rapidis­simamente, vi consiglio un libro geniale.

Si chiama Little Brother, è di Cory Doctorow ed è (l’ho mica già detto?) geniale.

In Italia è pubblicato da Newton Compton, con il titolo «X». Ecco il rias­suntino dell’editore:

Nella severis­sima Chavez High School, a San Francisco, il pre­side ha installato un sistema ultramoderno per monitorare le attività degli studenti minuto per minuto. Ma uscire dalla scuola senza permesso non è mai stato un problema per Marcus, noto sul web come “w1n5t0n”: lui conosce tutti i segreti della rete ed è in grado di neutralizzare qualsiasi dispositivo di sorveglianza. E mentre i compagni rimangono a scuola, Marcus e i suoi amici Darryl, Vanessa e Jolu si divertono per le strade della città. All’improvviso una terribile esplosione: il più efferato attacco terroristico della storia distrugge il centro di San Francisco, e i quattro, al posto sbagliato nel momento sbagliato, vengono arrestati perché ritenuti coinvolti nella strage. Chiusi in carcere senza alcun processo e torturati perché confes­sino, i ragazzi sperimentano sulla loro pelle la violenza e la crudeltà della polizia. Grazie a una console modificata per accedere ai sistemi informatici del governo, w1n5t0n darà vita a una comunità di ribelli non violenti, intenzionati a combattere e arginare lo strapotere del Dipartimento di Pubblica Sicurezza. Perché, per chi odia la guerra e la violenza, la tecnologia e l’informatica sono le uniche armi possibili.

Ora, questo rias­suntino non gli rende giustizia. Perché a leggere così sembra una cosa spy nerd futuristica action movie. E invece no, ci si pos­sono fare un sacco di rifles­sioni sulla libertà e il conformismo e il diritto e la società e un sacco di altre cose fighis­sime e interessanti.

La cosa ancora più fantastica è che Cory Doctorow pubblica il libro con licenza Creative Commons. E ve lo fa scaricare (in inglese) sul suo sito.

Se lo volete leggere in italiano, o lo volete di carta, comunque, costa 14,90 euri onlain.

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Li ho presi dal blog di Greg Mankiw, profes­sore di economia ad Harvard.

Eccoli:

  1. Ogni cosa ha un costo. Non esiste un pranzo gratis. In qualche modo, magari oscuro, c’è sempre uno scambio.
  2. Il Costo è quello che dai via per ottenere qualcosa. In particolare, il costo opportunità è il costo dello scambio stesso.
  3. Le persone razionali prendono decisioni sulla base del costo di un’altra unità (di consumo, di lavoro, di investimento, ecc.).
  4. Gli incentivi funzionano. Tutti rispondono agli incentivi.
  5. Sii aperto al commercio. Il commercio può rendere tutti quanti più felici.
  6. Il mercato è figo! Solitamente, i mercati sono il miglior modo di allocare risorse scarse tra produttori e consumatori.
  7. Intervenire per regolare il libero mercato può essere neces­sario. Bisogna farlo con attenzione, però.
  8. Concentrati sulla produttività: il benes­sere di un paese dipende da quanto è produttiva la sua economia.
  9. I prezzi aumentano quando ci sono troppi soldi. L’inflazione è causata dall’eccessiva disponibilità di denaro.
  10. Attento: nel breve periodo, l’abbassamento dei prezzi provocherà disoccupazione. L’aumento dell’occupazione produce inflazione.

Nell’originale inglese sono molto più fighi, perché sono un acrostico: Gordon Boronow, che è un altro profes­sore di economia, li ha messi in modo che  facciano ECONOMICS!.

Tradotti in italiano sono comunque utili da ricordare, per sapere come funziona il mondo la fuori, anche se in maniera un po’ semplificata. Ma comunque meglio di niente, no?

Avete altri suggerimenti da aggiungere? Per farli diventare venti, magari?

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Chi mi conosce sa perfettamente cosa io pensi della medicina omeopatica. Non starò a ripetermi.

La notizia è invece che mentre me ne stavo a snowboardare allegro allegro, in inghilterra, il 30 gennaio ultimo scorso, esattamente alle 10:23 un tot di persone ha ingurgitato interi flaconi di roba omeopatica. Per protesta. Un’overdose di omeopatia.

Ovviamente, poiché in una pasticca omeopatica ci sono zero molecole di principio attivo, per avere un’overdose ci vogliono infinite pilloline.

Ovviamente è stata una provocazione geniale e nerdis­sima. Le 10:23 suonano come 10 alla 23 che è l’ordine di grandezza del numero di avogadro. Che è la prova scientifica che nelle pillolette omeopatiche ci sono zero molecole di principio attivo.

Ma dicevo, non starò a ripetermi.

Piuttosto. La cosa mi fa ragionare su una cosa o due. Il fatto è che da un lato, il mio primo istinto è quello di dire beh, caris­simi, se proprio volete farvi di zucchero magico guardando dall’alto in basso chi non crede nella magia, fate pure. Si chiama libertà. Se un sacco di gente ci crede non vuol dire che funzioni. Vuol solo dire che vale la pena venderlo. E quindi ci sta dentro che venga venduto.

Dopotutto, voglio dire, non è che siano cose tos­siche o pericolose. Nella misura in cui non le passa il wel­fare e quindi non provoca l’esternalità negativa di intaccare i miei soldi pubblici, tanti saluti. Divertitevi.

Però, razionalmente, mi vien di pensare un pochino diverso, e cioè: partiamo dal pre­supposto che chi crede nella magia non sia uno stupido o un boccalone. Non tutti, almeno. Io in effetti non conosco nes­suno che sia stupido o rincoglionito, tra quelli che credono nella magia. Corollario, credere nell’omeopatia e credere nella magia è la stessa cosa: vuol dire credere che ci siano forze non spiegabili dalla scienza che in qualche modo mistico funzionano comunque nonostante non si riescano a replicare in laboratorio. Esattamente uguale all’astrologia. Ecco. Io tra tutti quelli che conosco che credono nell’omeopatia non riesco a trovarne nes­suno che sia meno che molto intelligente, in generale. Anche se cade sulla magia.

E allora? Il problema, io credo, è il maledetto problema dell’informazione.

Il problema dell’informazione è il tallone di achille del libero mercato. Togliete questo problema e tutto funzionerebbe magicamente in modo perfetto.

Per esempio, ci sono tre negozi che vendono lo stesso prodotto. Le scarpe, diciamo. Il primo vende le scarpe a mille lire; il secondo a tremila e il terzo a cinquemila. Dove andate a comprare le scarpe? Dal primo, naturalmente. Ma supponiamo che conosciate solo il secondo e il terzo negozio. Dove andreste? Dal secondo, ovviamente. Del primo non sapete l’esistenza. E quindi paghereste tremila lire un paio di scarpe. Mentre avreste potuto pagarle mille. Il fatto è che avete pagato la mancanza di informazione.

La stessa cosa funziona al contrario: se qualcuno mi dice che le scarpe non le puoi trovare a meno di cinquemila lire, e questo qualcuno ha la mia fiducia, me ne starò di quel che dice. Ora il trucco è fare in modo di avere quella fiducia da parte di un sacco di gente, anche se non mi conosce. Ed essere ovviamente il terzo rivenditore. E’ uno dei mestieri, forse il più importante, della pubblicità. E si fa in un sacco di divertenti modi che discutiamo poi un’altra volta.

Ora cambiamo contesto, diciamo che fabbrichiamo pillole magiche che non hanno alcun effetto verificabile. Se riusciamo a farle vendere a una farmacia, se riusciamo a convincere dei medici che effettivamente la magia esiste e funziona, avremo la fiducia di un sacco di gente. Sia chiaro, di gente anche molto intelligente e per nulla «credulona» normalmente. Perché l’informazione che ricevono è credibile.

Ma questa cosa tira fuori il problema dell’informazione. E quindi è molto contro alla nostra teoria di libero mercato.

E ovviamente vale anche per un sacco di altre cose, nel bene e nel male.

E quindi sono estremamente favorevole al cercare di far conoscere i fatti, attraverso per esempio proteste nerd come quella di sabato scorso. E a cercare di evitare la vendita in farmacia di pillole magiche, tanto quanto non si vendono oroscopi o amuleti in farmacia.

Che ne pensate?

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Sono a sciare. Per una settimana. Per l’invidia di un sacco di miei colleghi, che invece se ne stanno a sgobbare in ufficio…

Mentre che sono a godermi l’Alto Adige, le piste, la sauna, il sella ronda, gli spaetzle e i canederli (e anche il tè delle cinque coi biscottini fatti in casa), voi cercate di resistere pas­sando il tempo sul blog più geniale degli ultimi tempi: IkeaHacker. E’ come fare i Lego senza istruzioni. Usare i mobili ikea per dell’altro.

Io lo trovo fantastico.

Buona settimana.

Riporto un pezzo di the consumerist.

La Grande Emme Gialla non ha niente di meglio da fare che far causa a una diciannovenne che ha chiamato un evento che si è inventata per raccogliere fondi per le para­olimpiadi invernali di Chicago McFest. Il fatto è che lei si chiama McClusky.

L’evento ha raccolto 30 mila dollarucci americani, ma la McClusky ne ha dovuti spendere cinquemila di avvocato per difendersi dall’attacco di McDonalds.

Il che ovviamente non ha senso. O McDonald’s ha la proprietà delle due lettere emme e ci? E soprattutto, credete davvero che sia un libero mercato, quello dove si muove Mc Donald’s?

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Primo. Ieri parlavo con la mia amica adorata la debo. La mia amica debo fa la maestra, e chiaccherando della classe che ha quest’anno mi ha detto una cosa. Mi ha detto: sono devastanti. Gli dici di fare una cosa e la fanno, tipo «i plurali irregolari». Poi volti pagina e loro i plurali irregolari non li hanno mai fatti. Sono perfetti esecutori. E una volta che hanno eseguito, dimenticano. Non è mai successo, quello che hanno fatto.

Secondo. La diesel, quella dei blugìns, ha fatto un’ottima campagna pubblicitaria che recita tipo «Quelli intelligenti hanno il cervello. Quelli stupidi hanno le palle»; «Quelli intelligenti ascoltano la testa. Quelli stupidi ascoltano il cuore»; «Quelli intelligenti fanno piani. Quelli stupidi le avventure» e via così. Lo slogan finale di tutti è «Be Stupid». Ecco sì bravi. Rincoglionitevi.

Quindi, come nostradamus, ma con gli indizi a mio favore, vedo e pre­vedo che quelli che oggi hanno dieci —  quindici anni (età tra la quarta elementare della classe della debo e il «mamma comprami i diesel») tra dieci quindici anni ne avranno tra venti e trenta. E saranno un perfetto esercito di stupidi esecutori che dimenticano e adorano essere stupidi.

La domanda è: chi sarà il comandante in capo? E che ordini darà?

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Qualche giorno fa è uscita questa simpatica notizia svizzera. In pratica, a uno pieno e ripieno di grano, gli han fatto duecentomila euri di multa per eccesso di velocità.

Questa cosa, in pratica, contravverrebbe la teoria che «la legge è uguale per tutti», no? Ebbene. Ecco cosa ne penso io.

Ci è la neces­sità di distinguere tra due tipi fondamentali di multa. Ci sono le multe tipo quelle del treno e quelle tipo per eccesso di velocità.

Perché le distinguo? Per il prezzo.

Mi spiego.

Prendiamo un treno, e facciamo finta che i treni funzionino decentemente. Su un treno diciamo che viaggiano 300 persone, e ogni persona spende in media, sempre diciamo, dieci euro di biglietto. Ora, facciamo finta che i treni funzionino in regime di libero mercato. Non è affatto così, in realtà, e questo è male. Ma è anche un’altra storia. Supponiamo invece che sia così. In un regime di libero mercato, il prezzo del biglietto è il prezzo di mercato per quel biglietto. Vuol dire che il prezzo «giusto» per il viaggio di quel treno è di tremila euro. Se ci volesse meno, qualcuno farebbe pagare meno per rubare i clienti al nostro gestore; se ci volesse di più, pre­sto il gestore fallirebbe.

A questo punto, supponiamo che io prenda quel treno, e non paghi il biglietto. Le ferrovie pos­sono fare due cose: far pagare il biglietto di più agli altri o fregarsene del mio biglietto e rimetterci dieci euro. Nel primo caso, io ci guadagno dieci euro e sono felice. Gli altri pas­seggeri invece ne hanno un danno di 30 centesimi a testa. Nel secondo caso, io ci guadagno dieci euro come prima, e a rimetterci sono le ferrovie. Ma le ferrovie, abbiamo detto, se guadagnano meno di 3000 euro a viaggio non gli conviene più e fanno meglio a chiudere e vendere piadine a cuba. Il risultato è che gli altri pas­seggeri ci rimettono di non aver più treni da poter prendere.

In entrambi i casi, sia chiaro, non era mia intenzione dare fastidio agli altri. E’ solo capitato perché sono un porco egoista e non pago il biglietto, ma quel che volevo io era guadagnare dieci euro. L’effetto sugli altri è, come dire, collaterale. Questo effetto collaterale del mio essere un bastardo si chiama «esternalità negativa».

Ora mettiamo che invece di prendere il treno prendo la macchina. E mi butto a trecento all’ora in autostrada, come solo uno svizzero o un ales­sandrino saprebbero fare, ma facciamo finta che lo faccia anche io. Quello che succede è che ho una certa probabilità di ammazzare qualcuno in un incidente. L’effetto sugli altri anche in questo caso non è voluto: non è che miro alle panda in autostrada perché li odio, io voglio solo arrivare in fretta e strafatto di adrenalina. Sono collaterali. Anche qui, abbiamo un’esternalità negativa.

Oh, sia chiaro per inciso, che esistono anche esternalità positive, che sono quelle di quando come effetto collaterale si fa del bene.

Orbene, la differenza tra le due esternalità, quella del treno e quella dell’autostrada funzionano uguale. Però c’è una differenza: per il treno, l’esternalità è relativamente piccola. Per l’autostrada invece è molto grande.

Ora, supponiamo di essere i capi del mondo. Andiamocene in Caroplania.

In Caroplania, ci sono i controllori del treno. E internalizzano l’esternalità. Pareggiano i conti, insomma.

Se prendo un treno senza biglietto in Caroplania, ho una probabilità su cinque di trovare un controllore. In pratica, se viaggio sempre senza biglietto, un quinto delle volte mi faranno la multa. E a quanto corrisponde la multa? In Caroplania, la multa per aver viaggiato senza biglietto è di cinquanta euro. In pratica, se viaggio sempre senza biglietto pareggio i conti.

Ora, potreste dire: se le aumentas­simo un po’, le multe, la gente avrebbe meno voglia di non pagare. Voglio dire, avrebbe tutto da rimetterci. Ecco, è vero, ma bisogna anche guardare l’altro lato della medaglia. Le ferrovie.

La società delle ferrovie avrebbe un incentivo per far pagare un po’ più di multe: potrebbe rendere più difficile comprare un biglietto, per esempio. Non va bene. Quindi ecco fatto il prezzo della multa. A questo prezzo, cinque volte il biglietto quando un quinto dei trasgres­sori viene punito, è il prezzo ideale, il più efficiente. Questo prezzo di multa produce la migliore combinazione di paganti e trasgressori.

Ora parliamo dell’altra esternalità, quella dell’autostrada. In questo caso funzionerebbe uguale, se non fosse per un dettaglio: il costo imposto agli altri in quel caso è molto più alto. In realtà è un costo praticamente infinito: la migliore combinazione di trasgres­sori e onesti è zero trasgres­sori e tutti onesti. Non è accettabile una percentuale di morti sulle strade in cambio di una percentuale di arrivi in anticipo.

E quindi, lo scopo della multa è diverso: lo scopo è quello di dare un incentivo forte a non trasgredire. Attenti: qui le cose sono diverse. In un caso, non vogliamo rimetterci, in media, come ferrovia. Nell’altro, vogliamo scoraggiare un comportamento.

Come fare? Beh, un modo è dare una multa che faccia presa, che faccia pensare il trasgres­sore (ed ancor di più gli altri potenziali trasgres­sori) che infrangere le regole non è conveniente.

Per esempio, ho una proposta: chi guida sotto effetto di droga perde il diritto ad avere la patente. Per sempre. Non potrà mai più guidare. Questa è un’idea che vale abbastanza: a chiunque, ricco o povero, da molto fastidio non poter più guidare.

Un altro modo è quello di dare una multa molto consistente. Diciamo abbastanza consistente perché anche i più ricchi siano disincentivati dall’andare forte. Solo che se fanno a me una multa da duecentomilaeuri, io son fottuto. Sarebbe una pena sproporzionata, ed appiattirebbe tutta la scala delle gravità dei reati. Se diamo una multa di duecentomila euro a tutti quelli che fanno i centocinquanta in autostrada, che facciamo a quelli che guidano contro­mano sul marciapiede? Se tanto non posso pagare, non mi fa differenza. Tanto vale esagerare.

Ecco perché secondo me va bene avere multe (del tipo «autostrada») commisurate al reddito. Ma non quelle dell’altro tipo, del tipo «treno».

E voi? Fareste pagare differenziato anche sul treno? O sempre uguale anche per strada?

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Quiz

Questo quiz si fa nel seguente modo: mettete una crocetta di fianco ad ogni opzione attuata o proposta dal Governo. Poi, scoprite da dove mi sono venute in mente queste opzioni.

  • Responsabilità civile colposa dei magistrati
  • Normativa per l’accesso alla carriera dei magistrati
  • Riduzione del numero dei ministri ed abolizione dei sottosegretari
  • netta separazione della responsabilità politica da quella amministrativa
  • alleggerimento delle aliquote sui fondi aziendali destinati a riserve, ammortamenti, investimenti e garanzie
  • conces­sione di forti sgravi fiscali ai capitali stranieri per agevolare il ritorno dei capitali dall’estero
  • coordinamento della stampa locale e della TV via cavo da impiantare a catena in modo da controllare la pubblica opinione media
  • riforma del Consiglio Superiore della Magistratura che deve essere responsabile verso il Parlamento
  • riforma dell’ordinamento giudiziario per ristabilire criteri di selezione per merito delle promozioni dei magistrati, imporre limiti di età per le funzioni di accusa, separare le carriere requirente e giudicante, ridurre a giudicante la funzione pretorile
  • modifica della Costituzione per stabilire che il Pre­sidente del Consiglio è eletto dalla Camera all’inizio di ogni legislatura e può essere rovesciato soltanto attraverso l’elezione del successore
  • ridimensionamento del ruolo del Pre­sidente della Repubblica con il pas­saggio, tra l’altro, del comando delle Forze Armate nelle mani del Ministero dell’Interno

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Qualche giorno fa sul corriere è uscito un articolo stravagante. In pratica, Rita Querzé scrive che a Milano ogni giorno vengono buttati via 180 quintali di pane.

Ovviamente, qualche considerazione non ce la toglie nessuno.

In primo luogo, facciamo una bella divisione. Allora, il nostro adorabile wol­framalpha ci spiega che a Milano ci sono un milione e trecentomila abitanti. Centoottanta quintali sono, in chili, diciottomila. 18’000 diviso 1’300’000 fa la bellezza di 13 grammi di pane per persona buttati ogni giorno.

Ma ci sono altre due questioni: la prima, questo pane non pos­siamo darlo a qualcuno? Farci qualcosa? Beh, pare di no. Per un motivo semplicis­simo: costa troppo andarselo a prendere per, per esempio, farne mangimi animali. Quindi ci sta che venga buttato via.

Come al solito, nel democratico sistema capitalistico, se pensate che sia assurdo che tutto questo pane venga gettato, potete pas­sarlo a ritirare voi, o comprarlo addirittura, e farne quel che più vi piace. Se pensate che basterebbe che i panettieri ne produces­sero meno, riprovateci: i panettieri non hanno alcun incentivo a produrre più pane del dovuto, per il semplice fatto che sanno che lo butteranno via. E quindi spenderebbero ricchezza (lavoro e farina) in cambio di nulla. L’ovvia conclusione (ma non così ovvia evidentemente per alcuni lettori del corriere) è che la quantità di pane che avanza è la minima possibile.

La seconda considerazione. I supermercati. La grande distribuzione, in questo caso, può certamente ottimizzare la produzione, e mi aspetto che abbia in media meno disavanzo di pane. Che la qualità non sia la stessa del panettiere artigianale è (quasi sempre, in certi supermercati il fornaio interno è paro paro a un panettiere bottegaio) scontato. Ma la quantità di «spreco» è inferiore in proporzione.

Non solo: la Querzé ci rende edotti di un fatto: la «Pane quotidiano»  nel 2009 ha distribuito due tonnellate di pane. Preso dove? Dalla Panem, produttori industriali di pane, che con una quantità di pane proporzionalmente piccola ha fatto del bene a seicentoses­santamila persone in un anno. Per interesse? E’ molto probabile, ma questo non vuol dire che il bene che ha fatto sia da sminuire. E nonostante tutto è più vantaggioso che il pane di panificio sia buttato e il pane di panem vada ai poveri. Vantaggioso per chi? Per tutti quanti. Per le associazioni come la pane quotidiano, che risparmia i soldi del furgone, per la panem che si fa pubblicità a costo zero, per i poveri che hanno il pane, per i panettieri che pos­sono buttare gli avanzi senza rimpianti.

Perché non dovrebbe andare bene?

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