Cum Grano Salis: il blog di paolino — economia, politica e tutto il resto…

L’uovo

Tra­dotto paro paro (sep­pur libe­ra­mente) da The Egg di Andy Weir

Stavi andando a casa quando sei morto.

E’ stato un inci­dente d’auto. Nulla di par­ti­co­lar­mente ecci­tante, ma comun­que fatale. Hai lasciato una moglie e due bam­bini. E’ stata una morte rela­ti­va­mente indo­lore. I medici del pronto soc­corso hanno fatto il pos­si­bile. Non è ser­vito. Per com’eri con­ciato, fidati. E’ meglio così.

Poi mi hai incontrato.

«Cos’è suc­cesso?», mi hai chie­sto. «Dove sono?»

Te l’ho detto senza girarci tanto intorno: «sei morto». Non avrebbe tanto senso misu­rare le parole.

«C’era un fur­gone, scivolava…»

«Già»

«Sono… Sono morto?»

«Già. Ma non pre­oc­cu­parti troppo. Muo­iono tutti», ho detto io.

Ti sei guar­dato intorno. Non c’era altro che nulla. E poi solo io e te. Hai chie­sto «che posto è que­sto? L’aldilà?»

«Più o meno»

«Sei Dio?»

Ti ho rispo­sto «Sì. Sono Dio.»

«I bam­bini? Mia moglie?»

«I bam­bini e tua moglie cosa?»

«Se la caveranno?»

«Così mi piaci. Sei appena morto e ti pre­oc­cupi solo della tua fami­glia. Ben fatto.»

Mi guar­davi affa­sci­nato. Non ti sem­bravo un Dio. Sem­bravo solo un uomo. O forse una donna. Una vaga figura auto­ri­ta­ria, più la mae­stra dell’asilo che l’onnipotente.

Ti ho detto «tran­quillo, sta­ranno bene. I tuoi bam­bini si ricor­de­ranno di te come una spe­cie di essere per­fetto. Non hanno avuto il tempo di sco­prire i tuoi difetti. Tua moglie sta pian­gendo, ma in realtà den­tro di sé è sol­le­vata. Dicia­mo­celo, il tuo matri­mo­nio stava andando a pezzi. Se ti può con­so­lare, si sen­tirà orren­da­mente in colpa di sen­tirsi sollevata.»

Hai detto «Oh», e poi «E adesso che suc­cede? Vado all’inferno, in para­diso o dove?»

«Nes­suna delle due cose. Sarai reincarnato.»

«Ah, allora gli Hindu ave­vano ragione»

Ho detto «tutte le reli­gioni hanno ragione, in un certo senso. Cam­mina con me.»

Mi hai seguito men­tre pas­seg­gia­vamo nel vuoto nulla. «Dove andiamo?»

«Da nes­suna parte. E’ che mi piace cam­mi­nare men­tre chiacchero»

Mi hai chie­sto «ma allora, come fun­ziona? Quando rina­scerò sarà tutto can­cel­lato no? Un neo­nato. Tutta la mia espe­rienza e tutto il resto che ho fatto in que­sta vita non impor­te­ranno più.»

Ti ho detto «sba­gliato! Hai den­tro di te tutta la cono­scenza e l’esperienza di tutte le tue vite pas­sate. E’ solo che ora non le ricordi.»

Mi sono fer­mato, e ti ho affer­rato per le spalle. «La tua essenza è più magni­fi­cente, mera­vi­gliosa e gran­diosa di quanto tu possa imma­gi­nare. Una mente umana può con­te­nere solo una fra­zione minu­scola di quel che sei. E’ come met­tere il dito in un bic­chiere di acqua per vedere se è calda o fredda. Metti un tuo pez­zet­tino nel con­te­ni­tore e quando lo tiri fuori hai impa­rato tutta l’esperienza che conteneva.

«Sei stato den­tro a un umano per gli ultimi 48 anni. Per que­sto non ti sei ancora sti­rac­chiato bene e non hai per­ce­pito la tua immensa coscienza. Se stes­simo a per­der tempo qui per abba­stanza, ini­zie­re­sti a ricor­dare tutto. Ma non serve a niente farlo tra una vita e l’altra.»

«Quante volte mi sono rein­car­nato allora?»

Ho detto «ah, mol­tis­sime. Più di mol­tis­sime. E in mol­tis­sime diverse vite.  A que­sto giro sarai una con­ta­dina cinese del 540 dopo Cristo.»

Mi hai rispo­sto quasi scon­volto «aspetta un attimo! Mi stai man­dando indie­tro nel tempo?»

«Se la metti in que­sti ter­mini, forse tec­ni­ca­mente sì. Il tempo come lo intendi tu esi­ste solo nel tuo uni­verso. Da dove vengo io fun­ziona un po’ diversamente»

«E da dov’è che vieni tu?»

Ti ho spie­gato che «beh di certo vengo da qual­che posto. Qual­che altro posto. E ce ne sono altri, come me. So che vor­re­sti sapere com’è lag­giù. Ma fidati, non ci capi­re­sti niente.»

Mi hai rispo­sto deluso «oh. Ma aspetta un attimo. Se mi rein­carno in altri posti e tempi, potrei aver inte­ra­gito con me stesso, a un certo punto.»

«Certo, capita di con­ti­nuo. Ma col fatto che nes­suna delle due vite ha coscienza di altro che sé stessa, non te ne accorgi»

«E quindi che senso ha?»

Ti ho chie­sto «sul serio? Mi stai seria­mente chie­dendo il senso della vita? Non ti sem­bra un po’ stereotipato?»

Hai insi­stito: «è una domanda ragionevole».

Ti ho guar­dato negli occhi. «Il senso della vita, il motivo per cui ho creato que­sto intero uni­verso, è per­ché tu possa maturare»

«Vuoi dire l’uomo? Vuoi che l’umanità maturi?»

«No, solo tu. Que­sto uni­verso l’ho fatto per te. Con ogni nuova vita cre­sci e maturi e diventi più grande e più intelligente.»

«Solo io? E tutti gli altri?»

«Non esi­ste nes­sun altro. In quest’universo ci siamo solo io e te»

Mi hai guar­dato strano «Ma tutta la gente del mondo…»

«Tutte te. Diverse incar­na­zioni di te.»

«Aspetta! Io sono tutti!?»

«Ci stai arri­vando», e men­tre lo dicevo ti ho dato una pacca sulla spalla, per con­gra­tu­larmi con te.

«Sono ogni essere umano mai esistito?»

«E che mai esi­sterà, sì»

«Sono Abramo Lincoln?»

«E sei anche il suo assas­sino», ho aggiunto.

«Sono Hitler?», l’hai detto con un’espressione raccapricciata.

«E sei tutti i milioni di per­sone che ha ucciso»

«Sono Gesù?»

«E tutti i suoi seguaci»

Sei stato zitto.

Ti ho detto «tutte le volte che hai vit­ti­miz­zato qual­cuno, vit­ti­miz­zavi te stesso. Ogni gesto carino che hai fatto l’hai fatto a te stesso. Ogni momento felice e ogni momento tri­ste che ogni umano ha mai vis­suto e mai vivrà, li hai vis­suti tu.»

Ci hai pen­sato per un bel po’.

«Per­ché? Per­ché fare tutto questo?»

«Per­ché un giorno sarai come me. Per­ché è que­sto quello che sei. Uno della mia spe­cie. Sei mio figlio.»

«Wow. Vuoi dire che sono un dio?», lo hai detto ma eri incredulo.

«No, non ancora. Sei un feto. Stai cre­scendo. Una volta che avrai vis­suto ogni vita di ogni essere umano in ogni momento, sarai abba­stanza grande da nascere»

«Quindi l’intero uni­verso è solo…»

«Un uovo», ti ho detto. E poi ho aggiunto «è ora che tu vada.»

E ti ho man­dato per la tua strada.

30 giugno 1960

Gente del popolo, par­ti­giani e lavo­ra­tori, geno­vesi di tutte le classi sociali.

Le auto­rità romane sono par­ti­co­lar­mente inte­res­sate e impe­gnate a tro­vare coloro che esse riten­gono i sobil­la­tori, gli ini­zia­tori, i capi di que­ste mani­fe­sta­zioni di anti­fa­sci­smo. Ma non fa biso­gno che quelle auto­rità si affan­nino molto: ve lo dirò io, signori, chi sono i nostri sobil­la­tori: eccoli qui, eccoli accanto alla nostra ban­diera: sono i fuci­lati del Tur­chino, della Bene­dicta, dell’Olivetta e di Cra­va­sco, sono i tor­tu­rati della casa dello Stu­dente che risuona ancora delle urla stra­zianti delle vit­time, delle grida e delle risate sadi­che dei tor­tu­ra­tori. Nella loro memo­ria, sospinta dallo spi­rito dei par­ti­giani e dei patrioti, la folla geno­vese è scesa nuo­va­mente in piazza per ripe­tere «no» al fasci­smo, per demo­cra­ti­ca­mente respin­gere, come ne ha diritto, la pro­vo­ca­zione e l’offesa.
Io nego — e tutti voi legit­ti­ma­mente negate — la vali­dità della obie­zione secondo la quale il neo­fa­sci­smo avrebbe diritto di svol­gere a Genova i1 suo con­gresso. Infatti, ogni atto, ogni mani­fe­sta­zione, ogni ini­zia­tiva, di quel movi­mento è una chiara esal­ta­zione del fasci­smo e poi­ché il fasci­smo, in ogni sua forma è con­si­de­rato reato dalla Carta Costi­tu­zio­nale, l’attività dei mis­sini si tra­duce in una con­ti­nua e per­se­gui­bile apo­lo­già di reato.
Si tratta del resto di un con­gresso che viene qui con­vo­cato non per discu­tere, ma per pro­vo­care, per con­trap­porre un ver­go­gnoso pas­sato alla Resi­stenza, per con­trap­porre bestem­mie ai valori poli­tici e morali affer­mati dalla Resi­stenza.
Ed è ben strano l’atteggiamento delle auto­rità costi­tuite le quali, men­tre hanno seque­strato due mani­fe­sti che espri­me­vano nobili sen­ti­menti, non riten­gono oppor­tuno impe­dire la pub­bli­ca­zione dei libelli neo­fa­sci­sti che ogni giorno tra­su­dano il fango della apo­lo­gia del tra­scorso regime, che insul­tano la Resi­stenza, che insul­tano la Libertà.
Dinanzi a que­ste pro­vo­ca­zioni, dinanzi a que­ste discri­mi­na­zioni, la folla non poteva che scen­dere in piazza, unita nella pro­te­sta, né pote­vamo noi non unirci ad essa per dire no come una volta al fasci­smo e difen­dere la memo­ria dei nostri morti, riaf­fer­mando i valori della Resistenza.

Que­sti valori, che reste­ranno fin­ché durerà in Ita­lia una Repub­blica demo­cra­tica sono: la libertà, esi­genza ina­lie­na­bile dello spi­rito umano, senza distin­zione di par­tito, di pro­ve­nienza, di fede. Poi la giu­sti­zia sociale, che com­pleta e raf­forza la libertà, l’amore di Patria, che non cono­sce le fol­lie impe­ria­li­sti­che e le aber­ra­zioni nazio­na­li­sti­che, quell’amore di Patria che ispira la soli­da­rietà per le Patrie altrui.

La Resi­stenza ha voluto que­ste cose e que­sti valori, ha rial­zato le glo­rie del nostro nuo­va­mente libero paese dopo vent’anni di degra­da­zione subita da coloro che ora vor­reb­bero riap­pa­rire alla ribalta, tra­co­tanti come un tempo. La Resi­stenza ha spaz­zato coloro che par­lando in nome della Patria, della Patria furono i ter­ri­bili nemici per­ché l’hanno avvi­lita con la dit­ta­tura, l’hanno offesa tra­sfor­man­dola in una galera, l’hanno degra­data tra­sci­nan­dola in una guerra sui­cida, l’hanno tra­dita ven­den­dola allo stra­niero. Noi, oggi qui, riaf­fer­miamo que­sti prin­cipi e que­sto amor di patria per­ché paca­ta­mente, o signori, che siete pre­po­sti all’ordine pub­blico e che bra­mate essere bene­voli verso quelli che ho nomi­nato poc’anzi e che guar­date a noi, ai cit­ta­dini che gre­mi­scono que­sta piazza, con­si­de­ran­doli nemici della Patria, sap­piate che coloro che hanno riscat­tato l’Italia da ogni ver­go­gna pas­sata, sono stati que­sti lavo­ra­tori, ope­rai e con­ta­dini e lavo­ra­tori della mente, che noi a Genova vedemmo entrare nelle galere fasci­ste non per­ché aves­sero rubato, o per un aumento di sala­rio, o per la dimi­nu­zione delle ore di lavoro, ma per­ché inten­de­vano bat­tersi per la libertà del popolo ita­liano, e, quindi, anche per le vostre libertà.

E’ neces­sa­rio ricor­dare che furono que­gli ope­rai, que­gli intel­let­tuali, quei con­ta­dini, quei gio­vani che, usciti dalle galere si lan­cia­rono nella guerra di Libe­ra­zione, com­bat­te­rono sulle mon­ta­gne, sabo­ta­rono negli sta­bi­li­menti, scio­pe­ra­rono secondo gli ordini degli alleati, furono depor­tati, tor­tu­rati e uccisi e morendo gri­da­rono «Viva l’Italia», «Viva la Libertà». E sal­va­rono la Patria , puri­fi­ca­rono la sua ban­diera dai sim­boli fasci­sta e sabaudo, la resti­tui­rono pulita e glo­riosa a tutti gli italiani.

Dinanzi a costoro, dinanzi a que­sti cit­ta­dini che voi spesso male­dite, dovre­ste invece ingi­noc­chiarvi, come ci si ingi­noc­chia di fronte a chi ha ope­rato eroi­ca­mente per il bene comune.

Ma per­ché, dopo quin­dici anni, dob­biamo sen­tirci nuo­va­mente mobi­li­tati per riget­tare i respon­sa­bili di un pas­sato ver­go­gnoso e dolo­roso, i quali ten­tano di tor­nare alla ribalta?

Ci sono stati degli errori, primo di tutti la nostra gene­ro­sità nei con­fronti degli avver­sari. Una gene­ro­sità che ha per­messo troppe cose e per la quale oggi i fasci­sti la fanno da padroni, giun­gendo a qua­li­fi­care delitto l’esecuzione di Mus­so­lini a Milano. Ebbene, neo­fa­sci­sti che ancora una volta state nell’ombra a sen­tire, io mi vanto di avere ordi­nato la fuci­la­zione di Mus­so­lini, per­ché io e gli altri, altro non abbiamo fatto che fir­mare una con­danna a morte pro­nun­ciata dal popolo ita­liano venti anni prima.

Un secondo errore fu l’avere spez­zato la soli­da­rietà tra le forze anti­fa­sci­ste, per­met­tendo ai fasci­sti d’infiltrarsi e di rie­mer­gere nella vita nazio­nale, e que­sta frat­tura si è deter­mi­nata in quanto la classe diri­gente ita­liana non ha inteso appli­care la Costi­tu­zione là dove essa chia­ra­mente proi­bi­sce la rico­sti­tu­zione sotto qual­siasi forma di un par­tito fasci­sta ed è andata più in là, ope­rando addi­rit­tura una discri­mi­na­zione con­tro gli uomini della Resi­stenza, che è igno­rata nelle scuole; tol­le­rando un costume ver­go­gnoso come quello di cui hanno dato prova quei fun­zio­nari che si sono inur­ba­na­mente com­por­tati davanti alla dolo­rosa rap­pre­sen­tanza dei fami­liari dei caduti.

E’ chiaro che così facendo si va con­tro lo spi­rito cri­stiano che tanto si pre­dica, con­tro il cri­stia­ne­simo di que­gli eroici preti che cad­dero sotto il piombo fasci­sta, con­tro il ful­gido esem­pio di Don Moro­sini che io incon­trai in car­cere a Roma, la vigi­lia della morte, sor­ri­dendo mal­grado il mar­ti­rio di gior­nate di tor­tura. Quel Don Moro­sini che è nella memo­ria di tanti cat­to­lici, di tanti demo­cra­tici, ma che Tam­broni ha tra­dito barat­tando il suo sacri­fi­cio con 24 voti, sudici voti neofascisti.

Si va con­tro coloro che hanno espresso aperta soli­da­rietà, con­tro i Pastore, con­tro Bo, Mag­gio, De Ber­nar­dis, con­tro tutti i demo­cra­tici cri­stiani che sof­frono per la odierna situa­zione, che pro­vano ver­go­gna di un con­nu­bio inaccettabile.

Oggi le pro­vo­ca­zioni fasci­ste sono pos­si­bili e sono pro­tette per­ché in seguito al baratto di quei 24 voti, i fasci­sti sono nuo­va­mente al governo, si sen­tono par­tito di governo, si sen­tono nuo­va­mente sfio­rati dalla glo­ria del potere, men­tre nes­suno tra i respon­sa­bili, mostra di ricor­dare che se non vi fosse stata la lotta di Libe­ra­zione, l’Italia, pro­strata, ven­duta, sog­getta all’invasione, pati­rebbe ancora oggi delle con­se­guenze di una guerra infame e di una scon­fitta senza atte­nuanti, men­tre fu pro­prio la Resi­stenza a recu­pe­rare al Paese una posi­zione digni­tosa e libera tra le nazioni.

Il senso, il movente, le aspi­ra­zioni che ci spin­sero alla lotta, non furono cer­ta­mente la ven­detta e il ran­core di cui vanno cian­ciando i mise­ra­bili pro­se­cu­tori della tra­di­zione fasci­sta, furono pro­prio il desi­de­rio di ridare dignità alla Patria, di risol­le­varla dal bara­tro, resti­tuendo ai cit­ta­dini la libertà. Ecco per­ché i par­ti­giani, i patrioti geno­vesi, sospinti dalla memo­ria dei morti sono scesi in Piazza: sono scesi a riven­di­care i valori della Resi­stenza, a difen­dere la Resi­stenza con­tro ogni oltrag­gio, sono scesi per­ché non vogliono che la loro città, meda­glia d’oro della Resi­stenza, subi­sca l’oltraggio del neofascismo.

Ai gio­vani, stu­denti e ope­rai, va il nostro plauso per l’entusiasmo, la fie­rezza, il corag­gio che hanno dimo­strato. Fin­ché esi­sterà una gio­ventù come que­sta nulla sarà per­duto in Italia.

Noi anziani ci rico­no­sciamo in que­sti gio­vani. Alla loro età affron­ta­vamo, qui nella nostra Ligu­ria, le squa­dracce fasci­ste. E non vogliamo tra­dire, di que­sta fiera gio­ventù, le ansie, le spe­ranze, il domani, per­ché tra­di­remmo noi stessi. Così, ancora una volta, siamo pre­pa­rati alla lotta, pronti ad affron­tarla con l’entusiasmo, la volontà la fede di sem­pre.
Qui vi sono uomini di ogni fede poli­tica e di ogni ceto sociale, spesso tra loro in con­tra­sto, come peral­tro vuole la demo­cra­zia. Ma que­sti uomini hanno saputo oggi, e sapranno domani, supe­rare tutte le dif­fe­ren­zia­zioni poli­ti­che per unirsi come quando l’8 set­tem­bre la Patria chiamò a rac­colta i figli minori, per­ché la riscat­tas­sero dall’infamia fasci­sta.
A voi che ci guar­date con osti­lità, nulla dicono que­ste spon­ta­nee mani­fe­sta­zioni di popolo? Nulla vi dice que­sta improv­visa rico­sti­tuita unità delle forze della Resistenza? Essa costi­tui­sce la più valida diga con­tro le forze della rea­zione, con­tro ogni avven­tura fasci­sta e rap­pre­senta un monito severo per tutti. Non vi riu­scì il fasci­smo, non vi riu­sci­rono i nazi­sti, non ci riu­sci­rete voi.

Noi, in que­sta rin­no­vata unità, siamo decisi a difen­dere la Resi­stenza, ad impe­dire che ad essa si rechi oltraggio.

Que­sto lo con­si­de­riamo un nostro pre­ciso dovere: per la pace dei nostri morti, e per l’avvenire dei nostri vivi, lo com­pi­remo fino in fondo, costi quello che costi.

San­dro Pertini

Due interessanti note a pié di pagina

Ho tro­vato, spul­ciando, questo:

Le per­sone sono libere anche quando la pro­prietà che acqui­si­scono senza l’uso della forza, dell’imbroglio o del furto, è pro­tetta dall’invasione fisica di altri ed essi sono liberi di usare, scam­biare o donare la loro pro­prietà fin­tanto che le loro azioni non vio­lano i mede­simi diritti altrui.  Un indice di libertà dovrebbe anche misu­rare fino a che punto la pro­prietà giu­sta­mente acqui­sita è pro­tetta e le per­sone sono coin­volte in tran­sa­zioni che hanno scelto.

James Gwart­ney and Robert Law­son et al.

E anche questo:

Sto­ri­ca­mente, la parola «capi­ta­li­smo» ha signi­fi­cato non la libertà del mer­cato, ma un capi­ta­li­smo di rac­co­man­da­zione — cioè la col­lu­sione tra l’impresa e lo Stato a spese dei con­su­ma­tori e dei lavo­ra­tori. Per que­sto motivo rifiu­tiamo la parola «capi­ta­li­smo» per descri­vere ciò che auspi­chiamo: la libertà della per­sona in tutti i sensi e mer­cati liberi e com­pe­ti­tivi. Noi cre­diamo che quello che abbiamo oggi SIA capi­ta­li­smo — e ci oppo­niamo ad esso.

Shel­don Richman

Quanto mi pia­ce­rebbe che seguisse dibat­tito… :D

Il tristo nanetto della settimana

Scena: metro­po­li­tana di milano, linea gialla. Mattina.

Seduta sul sedile della metro­po­li­tana, io sono in piedi lì di fianco, tipica tren­tenne fighetta mila­nese. Ella parla al telefono.

Inciso: da un po’ in metro­po­li­tana prende il tele­fono. Il che è spesso comodo ma anche più spesso fastidioso.

Tor­niamo alla fighetta mila­nese. La fighetta mila­nese è vestita da fighetta mila­nese, sti­va­letto sca­mo­sciato, fusò, che a milano si chia­mano leg­ghins, maglione sfor­mato, giac­chetta di marca di pla­stica. Il tele­fono è l’iphone. Con l’auricolare in tinta.

Ella parla, intuiamo, tutto il vagone ed io, di una sua col­lega. Essa col­lega è evi­den­te­mente immi­grata e fa evi­den­te­mente, come la nostra fighetta, la segre­ta­ria, o l’amministrativa, o una roba così.

La nostra fighetta dice, testual­mente: «che poi, capi­sci, se eva pev me —le fighette mila­nesi hanno spesso l’erre moscia e la bocca a culo di pollo— l’avevo già pvesa a calci nel culo, voglio dive,  non sai nean­che l’italiano, se dovevo favti man­dave un email, come favei? nean­che i vevbi sa coniugave…»

Potrei quasi ridere, se non mi venisse da vomitare…

La prima parte della ristrutturazione…

E così oggi la prima parte della ristrut­tu­ra­zione del blog è fatta.

Che dire? Spero vi piac­cia… E anche vi chiedo, se qual­cosa non si vedesse tanto bene, di far­melo sapere :)

Gra­zie a tutti.. Pre­sto la seconda parte.

Come internet può essere contro la democrazia

Que­sto qui è un video di TED. TED è  una cosa fighis­sima dove la gente va a fare delle pre­sen­ta­zioni sulle cose che sa o che sa fare. E spesso ci sono delle cose inte­res­santi. Que­sta è una.

Evgeny Moro­zov è un blog­ger e gior­na­li­sta bie­lo­russo. E fa vedere come i regimi tota­li­tari pos­sono usare (e sicu­ra­mente usano) Inter­net, i social media e tutte quelle robe lì a loro vantaggio.

Io di mio aggiun­ge­rei che mica solo i regimi tota­li­tari pos­sono usare e sicu­ra­mente usano Inter­net, i social media e tutte quelle robe lì a loro van­tag­gio: che ne dite della casa bianca, o di palazzo chigi?

distrazione

Io sta­sera volevo scri­vere. Ma c’era V per Ven­detta in tivvì. E sic­come non mi perdo mai un grande film come V per Ven­detta, in cam­bio vi allego questo.

Non per niente, ma adoro Tchaikovsky…

Lavori in corso e crema solare

Non sono morto, ci sono i lavori in corso su que­sto blog. Stiamo lavo­rando a una ristrut­tu­ra­zione :)

Nel frat­tempo vi metto que­sta cosa che mi è ritor­nata in mente. Senza nes­sun dop­pio senso, solo per­ché mi è sem­pre sem­brata carina.

Ed eccovi, miei ita­lio­foni amici e let­tori, la mia traduzione:

Signore e signori della classe del novan­ta­nove, usate la crema solare.

Se potessi offrirvi un solo sug­ge­ri­mento per il futuro, sarebbe la crema solare.

I bene­fici a lungo ter­mine della crema solare sono stati dimo­strati dagli scien­ziati. Il resto dei miei con­si­gli, invece, non ha basi più affi­da­bili della mia tri­bo­lata esperienza.

Vi darò que­sti con­si­gli adesso.

Gode­tevi la forza e la bel­lezza della gio­ventù. Anzi, lasciate stare. Non capi­rete la forza e la bel­lezza della gio­ventù fin­ché non saranno sva­nite. Ma cre­de­temi, a vent’anni da oggi riguar­de­rete le vostre foto e vi tor­nerà in mente in un modo che oggi non potete cogliere quante pos­si­bi­lità ave­vate davanti e quanto il vostro aspetto fosse vera­mente favoloso.

Non siete grassi come pensate.

Non pre­oc­cu­pa­tevi per il futuro; o pre­oc­cu­pa­tevi, ma sap­piate che pre­oc­cu­parsi serve quanto masti­care un bub­ble gum per risol­vere un’equazione alge­brica. I veri pro­blemi nella vostra vita saranno cose che non saranno mai pas­sate per la vostra pre­oc­cu­pata testa; quel tipo di cose che vi prende di sor­presa alle quat­tro di un mar­tedì pome­rig­gio noioso.

Fate ogni giorno una cosa che vi fa paura.

Can­tate.

Non siate scon­si­de­rati coi sen­ti­menti altrui, non accet­tate che gli altri lo siano coi vostri.

Usate il filo interdentale.

Non spre­cate tempo con l’invidia; a volte sarete davanti, a volte rimar­rete indie­tro. La corsa è lunga, e alla fin fine è solo con voi stessi.Ricordatevi i com­pli­menti che rice­vete, dimen­ti­cate gli insulti; poi se ci riu­scite, ditemi come si fa.

Tenete le vec­chie let­tere d’amore, but­tate via i vec­chi estratti conto.

Fate stret­ching.

Non sen­ti­tevi in colpa se non sapete cosa fare della vostra vita. Le per­sone più inte­res­santi che cono­sco a ven­ti­due anni non sape­vano cosa voles­sero fare della loro vita, alcuni tra i più inte­res­santi qua­ran­tenni che cono­sco ancora non lo sanno.

Man­giate molto calcio.

Siate gen­tili con le vostre ginoc­chia, vi man­che­ranno quando saranno andate.

Forse vi spo­se­rete, forse no; forse avrete dei bam­bini, forse no; forse divor­zie­rete a quarant’anni, forse bal­le­rete il funky chic­ken al vostro set­tan­ta­cin­que­simo anni­ver­sa­rio di matri­mo­nio. Qual­siasi cosa fac­ciate, non con­gra­tu­la­tevi troppo con voi stessi, e nep­pure cri­ti­ca­tevi troppo. Le vostre scelte sono per metà casuali, e così è anche per quelle di tutti gli altri. Gode­tevi il vostro corpo, usa­telo in ogni modo riu­sciate. Non abbiate paura di lui o di quello che gli altri pen­sano di lui: è il più gran­dioso stru­mento che mai possederete.

Bal­late. Anche se non avete un posto dove farlo che non sia il sog­giorno di casa vostra.

Leg­gete le istru­zioni anche se non le seguite.

Non leg­gete le rivi­ste di moda, vi faranno solo sen­tire brutti.

Cer­cate di cono­scere meglio i vostri geni­tori, non sapete mai quando non ci saranno più.

Siate carini con i vostri fra­telli e sorelle: sono il miglior legame col vostro pas­sato e le per­sone che più pro­ba­bil­mente vi saranno accanto in futuro.

Capite che gli amici vanno e ven­gono, ma dovre­ste fare uno sforzo per quei pochi che sono i più pre­ziosi. Lavo­rate sodo per col­mare le distanze geo­gra­fi­che e di stile di vita, per­ché più vec­chi diven­te­rete, più avrete biso­gno delle per­sone che vi cono­sce­vano da giovani.

Vivete a New York una volta, ma anda­te­vene prima che vi renda troppo duri; vivete in Cali­for­nia set­ten­trio­nale una volta, ma anda­te­vene prima che vi renda troppo rammolliti.

Viag­giate.

Accet­tate alcune ina­lie­na­bili verità: i prezzi sali­ranno, i poli­tici cam­bie­ranno sponda, anche voi invec­chie­rete. E quando acca­drà, fan­ta­sti­che­rete che quando voi era­vate gio­vani, i prezzi erano ragio­ne­voli, i poli­tici erano coe­renti e i bam­bini rispet­ta­vano gli anziani.

Rispet­tate i vostri anziani,

Non aspet­ta­tevi che qual­cun altro vi sup­porti. Forse avete un fondo di inve­sti­mento, forse avrete un coniuge ricco; ma non potete sapere se e quando entrambi non ci saranno più.

Non inca­si­na­tevi troppo i capelli, o quando avrete quarant’anni avranno un’aria ottantacinquenne.

State attenti a quali con­si­gli seguite, ma siate pazienti con quelli che li danno. I con­si­gli sono una forma di nostal­gia, darli è un modo per ripe­scare il pas­sato dal cas­so­netto, dar­gli una ripu­lita, una mano di ver­nice sulle parti peg­giori e rici­clare il tutto per più di quanto vale.

Ma datemi retta, sulla crema solare.

Perché, siccome voglio il libero mercato, sono contrario alla privatizzazione dell’acqua

Lo stesso discorso vale per le infra­strut­ture, le fer­ro­vie, gli aero­porti, le strade, la com­pa­gnia degli auto­bus della vostra città. Invece non vale esat­ta­mente per scuola, sanità, ser­vizi. Per que­sti ultimi vale un discorso diverso.

Ma pen­siamo per ora all’acqua. E’ un bel po’ che ci penso. E va così.

Sup­po­niamo di fare scarpe. Siamo gli unici a fare le scarpe. L’abbiamo già visto: se il signor Anto­nio è il solo a fare le scarpe, le può ven­dere a quanto gli pare. Poi però il signor Carlo arriva e trac, apre un nego­zio di scarpe pure lui.

Tutto il sistema fun­ziona per­ché a tutti con­viene fare quello che fanno. E sic­come l’unica verità asso­luta in eco­no­mia è che le per­sone rispon­dono agli incen­tivi, tutti faranno quel che gli con­viene. Nella fat­ti­spe­cie, Anto­nio e Carlo faranno scarpe per­ché sta­ranno meglio facendo scarpe che facendo altro, e i clienti di Carlo e Anto­nio com­pre­ranno le scarpe dove vor­ranno, a un prezzo che riter­ranno van­tag­gioso per quelle scarpe. Lo abbiamo già visto, dicevamo.

Ora fac­ciamo lo stesso ragio­na­mento con l’acqua.

L’acqua è un bene fon­da­men­tale, e vabbè. Lo sap­piamo. Il fatto impor­tante però è che però l’acqua non è un prodotto.

Non è un pro­dotto pro­prio nel senso let­te­rale del ter­mine: non viene pro­dotta, nean­che meta­fo­ri­ca­mente. Si trova in natura, si prende e si usa. E non si può ven­dere e com­prare, in quanto tale. Ora state attenti per­ché è un punto sot­tile. Quello che si com­pra, sia al super­mer­cato in bot­ti­glia che aprendo il rubi­netto e bevendo, è il ser­vi­zio di tra­sporto a domi­ci­lio (o al super­mer­cato) dell’acqua. Lo ripeto: quello che è in ven­dita è il ser­vi­zio di tra­sporto dell’acqua.  Se io vado al fiume e me la prendo e porto a casa nelle tani­che, non pago un bel niente. Non si può com­prare l’acqua in quanto tale. Se si fa, se si da il diritto solo a pochi di sfrut­tare l’acqua, allora si fa un danno, e una cosa svan­tag­giosa dal punto di vista eco­no­mico. Quindi ok, paghiamo un ser­vi­zio. E che male c’è?

Beh nes­suno, di per sé. Però biso­gna stare molto attenti, quando si parla di eco­no­mia. Biso­gna con­si­de­rare tutti i  dettagli.

Sup­po­niamo che io prenda in con­ces­sione l’acquedotto di Musar­chi. L’acqua di Musar­chi viene dall’Alcinedo, il fiume che attra­versa Musar­chi e poi sfo­cia in mare. Il fatto è che se io sono l’unico che gesti­sce l’acqua a Musar­chi, tengo tutti i Caro­plani di quella città per le palle, come si dice. Nella fat­ti­spe­cie, posso deci­dere il prezzo che mi piace di più. Che ovvia­mente è un prezzo bello alto. Sic­come senz’acqua si muore, ognuno sarà dispo­sto a dare pra­ti­ca­mente tutto quello che hanno per avere l’acqua. Un affare! Momento, però: c’è il fatto che ci sono solo io. Se ci fosse un con­cor­rente, o meglio ancora più di uno, saremmo a posto.

State molto attenti: que­sto è esat­ta­mente il discorso che fanno coloro che sono favo­re­voli alla «pri­va­tiz­za­zione dell’acqua»: una società inse­rita nel libero mer­cato sa essere più effi­ciente, più effi­cace e in gene­rale migliore nel for­nire il ser­vi­zio. Que­sto atteg­gia­mento è figlio di una buro­cra­zia, è sba­gliato di base, ed è lungo da affron­tare. Quindi un’altra volta. Però è falso. Perché?

Per­ché non c’è scelta, ovvia­mente. La rete idrica, come una serie di altre cose tipo la rete stra­dale, le fer­ro­vie, gli areo­porti, sono delle cose che in eco­no­mia si chia­mano mono­poli natu­rali. I mono­poli natu­rali sono delle cose per cui il numero otti­male di imprese sul mer­cato è uno. Il ché, per la con­cor­renza e il libero mer­cato è un po’ un pacco.

E quindi? Quindi c’è biso­gno che l’azienda unica abbia incen­tivi un pochino diversi rispetto ad avere un pro­fitto secco. Il che si può otte­nere in due modi: o l’azienda unica è lo stato, oppure lo stato impone un’Authority per cam­biare gli incen­tivi dell’azienda unica pri­vata. Il che però è estre­ma­mente com­pli­cato, nella pratica.

Anche far gestire allo stato l’acquedotto, direte voi. Certo rispondo io. Per­ché le moda­lità di gestione sono state sto­ri­ca­mente sba­gliate, gestite in una buro­cra­zia, appunto. Biso­gne­rebbe fare in modo che la meri­to­cra­zia fun­zio­nasse anche all’interno della pub­blica ammi­ni­stra­zione. Cosa com­pli­cata anzi­chenò. Ma per lo meno ci sareb­bero gli incen­tivi elet­to­rali, invece di quelli eco­no­mici, e si risol­ve­rebbe sulla carta il pro­blema del mono­po­lio. Per­ché un mono­po­lio è sem­pre male, da qua­lun­que parte stia.

Little Brother, ovvero «X», ovvero un consiglio letterario.

Rapi­dis­si­ma­mente, vi con­si­glio un libro geniale.

Si chiama Lit­tle Bro­ther, è di Cory Doc­to­row ed è (l’ho mica già detto?) geniale.

In Ita­lia è pub­bli­cato da New­ton Comp­ton, con il titolo «X». Ecco il rias­sun­tino dell’editore:

Nella seve­ris­sima Cha­vez High School, a San Fran­ci­sco, il pre­side ha instal­lato un sistema ultra­mo­derno per moni­to­rare le atti­vità degli stu­denti minuto per minuto. Ma uscire dalla scuola senza per­messo non è mai stato un pro­blema per Mar­cus, noto sul web come “w1n5t0n”: lui cono­sce tutti i segreti della rete ed è in grado di neu­tra­liz­zare qual­siasi dispo­si­tivo di sor­ve­glianza. E men­tre i com­pa­gni riman­gono a scuola, Mar­cus e i suoi amici Dar­ryl, Vanessa e Jolu si diver­tono per le strade della città. All’improvviso una ter­ri­bile esplo­sione: il più effe­rato attacco ter­ro­ri­stico della sto­ria distrugge il cen­tro di San Fran­ci­sco, e i quat­tro, al posto sba­gliato nel momento sba­gliato, ven­gono arre­stati per­ché rite­nuti coin­volti nella strage. Chiusi in car­cere senza alcun pro­cesso e tor­tu­rati per­ché con­fes­sino, i ragazzi spe­ri­men­tano sulla loro pelle la vio­lenza e la cru­deltà della poli­zia. Gra­zie a una con­sole modi­fi­cata per acce­dere ai sistemi infor­ma­tici del governo, w1n5t0n darà vita a una comu­nità di ribelli non vio­lenti, inten­zio­nati a com­bat­tere e argi­nare lo stra­po­tere del Dipar­ti­mento di Pub­blica Sicu­rezza. Per­ché, per chi odia la guerra e la vio­lenza, la tec­no­lo­gia e l’informatica sono le uni­che armi possibili.

Ora, que­sto rias­sun­tino non gli rende giu­sti­zia. Per­ché a leg­gere così sem­bra una cosa spy nerd futu­ri­stica action movie. E invece no, ci si pos­sono fare un sacco di rifles­sioni sulla libertà e il con­for­mi­smo e il diritto e la società e un sacco di altre cose fighis­sime e interessanti.

La cosa ancora più fan­ta­stica è che Cory Doc­to­row pub­blica il libro con licenza Crea­tive Com­mons. E ve lo fa sca­ri­care (in inglese) sul suo sito.

Se lo volete leg­gere in ita­liano, o lo volete di carta, comun­que, costa 14,90 euri onlain.

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